Archivio per luglio, 2008
L’Italia che mi stupisce
Mi sforzo in ogni modo di essere una brava massaia ma chi mi ha mai visto prendere in mano un ago sa bene quanto io sia lontano dall’economia domestica che insegnavano alle nostre nonne… L’altro giorno vado perciò da un sarto, uno nuovo scovato da mia madre da cui ho ereditato il rifiuto al cucito. Signore di 60 anni, parlata dialettale anche se si sforza vistosamente di parlare un italiano corretto, un tipico artigiano che ha lavorato una vita ma con una pensione troppo misera per vivere dignitosamente e ancora lavora.
Chiacchierando con lui mi racconta che i modelli dei vestiti li prende da Internet e mi mostra orgoglioso un computer con super schermo LCD. Poi mi racconta di come sia un collezionista di monete e cartoline e per questa sua passione vende e compra su e-Bay; un po’ tronfio mi dice anche che ha comprato in Germania, “Sa mia figlia sa l’inglese e mi traduceva tutto lei”. Io gongolo, penso alle statistiche del Netcomm e gongolo. Sarà la professione a coniugarsi bene con il web, come ci insegna Hugh MacLeod?
Poi gli lascio il numero di telefono (il fisso, il cellulare – mah no, non serve!-) e gli dico candidamente “Beh, se usa Internet le lascio la mia e-mail, è il modo più veloce per trovarmi” (non mi spingo agli IM). E lui mi risponde stupito: “L’e-mail, beh, sì se vuole, ma io non la uso di solito per lavoro”.
Che bella questa Italia che non finisce mai di stupirmi!
Detersivi alla spina, orgoglio piemontese e Brand Awareness
A fine 2006 l’Assessorato all’Ambiente della Regione Piemonte ha dato vita ad una lodevole iniziativa, installando in vari supermercati e ipermercati piemontesi distributori di detersivi alla spina (per dovere di cronaca va detto che alcuni privati ci avevano già pensato da soli ed esistono anche altri produttori e distributori oltre a quelli patrocinati dalla Regione).
Non voglio fare un predicozzo sull’ecologia e sullo sviluppo sostenibile, tranquilli, anche se… vabbè, vedete voi, vi assicuro che si risparmia e la qualità è ottima.
Però, da uomo, anzi donna, di comunicazione mi si è aperto un cassettino della memoria, quando all’Università ci raccontavano come bianchi (detersivi) e rossi (passate di pomodoro) siano prodotti difficili da pubblicizzare perché hanno identiche funzioni d’uso e identico aspetto tra concorrenti. Le leve su cui allora si doveva lavorare erano la Brand Awareness e il packaging. Già, proprio il packaging, quella sorta di mostro cattivo che i detersivi alla spina ci costringono a riutilizzare creando un’ammucchiata promiscua di marchi, il Dash dentro il Dixan, il Perlana dentro il Coccolino… E la pubblicità? No, perché se ci togliete anche il packaging, noi come facciamo a dire che il nostro detersivo lava meglio?
Creativi signori, dobbiamo imparare ad essere creativi! Fino a che i detersivi alla spina rimangono un piccolo sforzo etico-ecologico di pochi, possiamo fare leva sull’ecologità e sul risparmio, ma nel giro di pochi anni probabilmente diventeranno un must e allora addio Brand Awareness creata fino ad ora! Cosa ci inventeremo? Ma, chi vivrà vedrà! ma sono pronta a scommettere un flacone d’annata che il geo-marketing diventerà la chiave di volta e l’identificazione non si avrà più con il flacone ma con qualche tool on line che magari ci trasmetteranno su un super potente telefonino-computer oppure ci apparirà un ologramma del logo mentre spilliamo il detersivo o direttamente un messaggio in un chip inserito sulla schiena…
Stay tuned!
L’angolo delle buone intenzioni, ovvero alcuni cattivi esempi di user experience: l’Oasi Zegna
Mettere l’utente al centro dei propri programmi di marketing non è solo un bell’enunciato che si dice ai convegni, dal mio punto di vista è un’attitudine e un’abitudine che chi gestisce progetti in ambito comunicativo deve avere strettamente acquisito. Non si tratta cioè di enunciarlo all’inizio di una presentazione e poi scordarselo, ma è piuttosto un agire quotidiano sia nel pensare i nostri programmi sia nel viverli da consumatori. Infondo anche chi fa questo lavoro rimane un consumatore, spesso molto esigente. Ce ne dà un esempio bellissimo Seth Godin che nel suo blog stronca o elogia comportamenti di aziende nei confronti dei propri clienti attuali o potenziali.
Nel mio piccolo vorrei portare qualche esempio che incontro nella mia vita di navigatrice e consumatrice; mi piacerebbe poter elogiare ogni giorno qualche bell’esempio di marketing innovativo ed etico, ma mi accontenterò di indicare quelle buone intenzioni che poi si rivoltano contro l’ideatore, perché si sa dove porti la via lastricata di buone intenzioni…
Per quanto la vis polemica sia un aspetto forte del mio carattere, cercherò di mettere da parte il mio meritato soprannome “Tagliola” per essere obiettiva e costruttiva nel criticare gli esempi che incontro, niente diffamazione o critica spietata, nella speranza che anche le mie non siano solo buone intenzioni!
Partiamo con il primo esempio. Sono iscritta alla newsletter dell’Oasi Zegna, una splendida area della provincia di Biella, vero paradiso per amanti della natura e della montagna. Qualche giorno fa ricevo da loro una mail che mi avverte della creazione di un’area riservata per gli iscritti. Fantastico! – penso dentro di me – il sito non è il massimo in quanto a fruibilità, meno male che ci hanno messo sopra le mani (e cose da fare ce ne sarebbero tantissime). Entro subito nell’area riservata e… *!?@#!* – tutto qui?
L’area riservata consisteva semplicemente nella possibilità di verificare e modificare i propri dati personali. Ora partendo dal presupposto che io so come mi chiamo, dove vivo, cosa mi piace fare all’aria aperta, ecc… – che diavolo di area riservata è questa? Mi è chiaro che per legge io devo poter accedere ai miei dati personali e mi è anche chiaro che l’Oasi Zegna ha interesse a mantenersi pulito il database, ma l’utente e i suoi bisogni dove lo abbiamo messo?!
Ecco, per me un esempio di una possibilità sprecata e soprattutto la creazione di diffidenza nel rapporto con il marchio: secondo voi come reagirò alla prossima e-mail?
P.S.: l’Oasi Zegna è comunque un posto stupendo che vale la pena visitare; i panorami sono fantastici e dalla bocchetta di Margosio (30 secondi a piedi) c’è una vista del Monte Rosa che toglie il fiato. Se poi siete motociclisti non perdetevela. Sono qui per consigli eno-gratronmici e escursionistici nella mia attività non pagata ma tutta di pancia di promozione del meraviglioso territorio in cui vivo!
Call Centre, Internet e asimmetria informativa

Finalmente (W i cinema estivi della provincia!) anch’io sono riuscita a vedere “Tutta la vita davanti” di Virzì. Non mi addentro in considerazioni etiche, politiche o sociologiche, anche se devo dire che il film mi ha molto colpito.
C’è un aspetto che mi ha fatto pensare al lavoro che faccio e a come viviamo in mondo a due marce e a due livelli di informazione. Marta, la protagonista, laureata in filosofia con il massimo dei voti e tesi su Heidegger, finisce a lavorare in un call centre in cui deve convincere delle povere casalinghe a prendere un appuntamento con il loro venditore per una dimostrazione. Marta adotta una tecnica molto particolare: mentre parla al telefono cerca su un sito di mappe la zona in cui abita la persona al telefono e visualizza locali nelle vicinanze, poi si spaccia per una del quartiere, citando il benzinaio all’angolo o la pizzeria in cui lavorerebbe il fidanzato o la scuola elementare che millanta di aver frequentato… Questo trucchetto le permette di stabilire un rapporto empatico con la persona chiamata e riesce a fissare molti appuntamenti, fino a diventare “la migliore del mese”. Chiaramente questo attira le ire delle colleghe, meno abituate a padroneggiare i dati, che non avevano mai pensato di poter usare Internet, ma soprattutto l’informazione, come vantaggio competitivo.
Forse allora ha ragione Nereo quando parla di tecnocrazia perché si ha davvero l’impressione di un mondo a due velocità: quello di chi ha accesso alla tecnologia, anche se poi è mal pagato e non trova un lavoro decente, e chi alla tecnologia, quindi all’informazione, non solo non ha accesso, ma non si rende nemmeno conto di non averlo. Se sia un problema politico, culturale, sociale o forse tutti insieme non lo so, ma di certo c’è molto da fare!
Le cloud di Wordle, quando un’immagine vale più di mille parole
Non ho resistito e ho seguito Luisa…
Ecco il cloud di questo blog secondo Wordle.



