Archivio per marzo, 2009

La coda lunga di questo blog

Ho dichiarato sin dall’inizio che questo blog, oltre a essere un quaderno di appunti pubblico, è anche un terreno di prova e di sperimentazione personale.

Gli analytics, in questo senso, mi piacciono moltissimo perché conoscendo nel dettaglio quello che scrivo, riesco a leggerli e avere feedback molto preziosi. Da mesi ad esempio e nonostante le molte recensioni il post sul libro dei Ninja e di Cova rimane tra i più letti. Sono contenta per loro, evidentemente è un libro popolare.

Ma la cosa realmente curiosa è leggere le keyword, vedere la coda lunga, capire quello che gli utenti cercano su Goggle e dove ci sono bounce rate; ad esempio, come prevedibile, molti appassionati di nuvole atterrano sul mio blog ma ci scappano. Ma quello che in assoluto mi ha sorpreso di più è la ricerca “call center heidegger marta”, che presumo si riferisca alla mia riflessione sul film di Virzì. Ora, non mi stupisce la ricerca in sè, ma il fatto che chi l’ha effettuata ha passato oltre 24 minuti sul mio blog! Sono felice di essere riuscita a catturare la sua attenzione, chiunque egli o ella sia :-)

Il cenacolo di Leonardo: pessima user -experience nel prenotare una visita

La scorsa settimana ci siamo concessi un giorno di vacanza un po’ speciale; da anni infatti volevo visitare Milano sotto la luce per me insolita di città d’arte e non di lavoro. L’itinerario aveva due obiettivi chiari, Pietà Rondanini del Michelangelo al Castello Sforzesco e la Pinacoteca di Brera; mi sarebbe piaciuto vedere anche la famosa “Ultima Cena” di Leonardo, ma sapevo che le prenotazioni richiedevano lunghe attese. Prima di abbandonare del tutto l’idea ho provato a vedere se due posticini liberi rimanevano e, chiaramente, cerco su Google.

Non entro in considerazioni estetiche, anche se un designer alle prime armi, sottopagato e nel tempo libero riuscirebbe a fare di meglio. Ma voglio qui concentrarmi sulla pessima usabilità che mi ha fatto perdere 1/2 ora buona prima di capire che, purtroppo, non c’erano più posti disponibili.

Arrivo alla homepage: due colonne su fondo blu, una in inglese e una in italiano, impaginazione più da quotidiano che da sito web. Il mio task è chiaro: verificare se ci sono posti liberi e prenotare/pagare on line. Devo sorbirmi gli orari di ingresso, che poco mi interessano visto che non so se potrò andarci, il ritiro dei biglietti, che vorrei ardentemente avere, e solo al fondo pagina trovo il link Prenota on line“. Alleluja!

Per qualche strana ragione il simbolo nella barra dell’indirizzo diventa una mela come il logo della Apple, mah! In alto a destra ho il menu della lingua Italiano o English; peccato che non cambi nulla visto che i due testi sono uno sotto l’altro. Dopo aver scrollato la lunga introduzione, mi trovo di fronte una tabella tipo agenda cartacea, con scritte in rosso “Ingresso/Entrance Cenacolo Vinciano (0)”: cosa vorrà dire? Semplicemente che non ci sono posti disponibili, ma dirla così era troppo semplice.

Ok, allora posso provare a vedere se da qualche parte mi indica la prima data in cui ci sia una qualche disponibilità di posti… Vediamo, c’è un menu a tendina sotto che mi presenta come opzione di default “Gennaio 2009″: complimenti, a livello di usabilità è formidabile considerando che siamo a Marzo!!!

Provo a cliccare sul tasto mese, per avere una visualizzazione dell’agenda per mese, proprio come su Outlook, ma purtroppo a Marzo posti disponibili non ce ne sono più. Allora clicco su anno, così mi renderò velocemente conto delle disponibilità, ma no, perchè cliccando su anno vedo il calendario (che peraltro ho anche sul mio PC, quindi grazie dell’informazione del tutto inutile), ma non la disponibilità di posti :-(

Ma poi c’è un’altra cosa che non capisco: nella view giornaliera mi vengono indicate 4 entrate, ma cosa significa? Che possono esserci solo 4 gruppi di visita? Provo a leggere il testo a inizio pagina, che fino ad ora avevo ignorato, e mi dice che “Se la casella della data prescelta risulta bianca significa che per quel giorno i posti sono esauriti. I giorni in cui ci sono ancora posti disponibili sono segnalati in colore grigio nel calendario mensile a fondo pagina.” Non mi convince, voglio sapere in quali ore posso effettuare la visita e ricorro all’ultima speranza, il menu Help: WORK IN PROGRESS

E’ troppo, abbandono. Il giorno in cui vorrò prenotare la vsita chiamerò il call centre, mi arrabbierò, sarò acida e indisponente e sicuramente manderò un reclamo per la poca usabilità del sito.

Una considerazione a lato: prendiamo 100 persone a caso distribuite in Italia e chiediamo loro di dirci quali opere d’arte ci sono a Milano. Sono pronta a scommettere una cena che la maggior parte citeranno il Duomo e il cenacolo; pochissime (azzardo una bottiglia di buone bollicine scommetendo su meno di dieci) vi diranno che l’ultima opera di Michelangelo è a Milano, insieme a 2 Caravaggio (qui e alla Pinacoteca Ambrosiana), uno dei primi Raffaelo, l’insuperabile Cristo in scurto del Mantegna, la Pala dell’Uovo di Pier della Francesca e molto molto altro.

Il sito del cenacolo dovrebbe essere quello che nei supermercati è il prezzo civetta, una porta aperta per richiamare i visitatori a vedere le altre bellezze artistiche, per informarli che esistono altri meravigliosi musei, che a loro volta dovrebbero rimandarsi tra di loro. Se poi volessimo fare sinergie, forse ci si potrebbe addirittura spingersi ad usare una piattaforma unica per tutti i Musei di Milano, indipendentemente dalla proprietà comunale, provinciale, regionale, ecc che al visitatore così poco interessa. Basterebbe prendere ad esempio il sito della Pinacoteca di Brera, piacevole, completo, usabile.

Per il 2015 c’è ancora tanto, tanto da fare.

Economia della Felicità di Luca De Biase

Accade a volte di incontrare dei libri che sembrano scritti per te, anche se chiaramente l’autore non sa nemmeno che esisti, che sembrano dare un senso e una direzione a pensieri che fino a quel momento ronzavano confusi nella testa.

Economia della felicità per me ha rappresentato questo; in un momento in cui mi facevo come sempre troppe domande sul senso delle mie scelte, mi ha confortato sapere che le molte delle strade che ho preso nel mio percorso formativo non erano assurde o isolate. Aprire la bibliografia e leggere Kuhn, Stiglitz, Schwartz, ecc… è stato tornare indietro di  anni e ritrovare dove era cominciata la mia curiosità. Luca ed io condividiamo poi una grande ammirazione per Cristiano Antonelli, mio relatore nella tesi di laurea, quindi era un incontro già scritto, ma non per questo meno piacevole.

Il libro  è per me bellissimo e imperdibile; si snoda su due filoni che confluiscono in un’unica visione di futuro: da un lato  De Biase fa un’analisi lucida e dissacrante del mito dell’homo oeconomicus, dall’altro sottolinea come il libero mercato ha trovata la sponda nei media tradizionali, anche attraverso una dinamica della narrazione oculata e guidata, e come il web partecipato possa aiutare a far emergere e consolidare un nuovo sistema economico.

Intendiamoci, De Biase non sostiene che Internet ha cambiato il mondo e ora vivremo tutti felici e contenti, in pace e prosperità; la tesi alla base è molto meno banale. Si parte dalla sociologia: i tempi moderni hanno costretto a monetizzare sempre di più attività che un tempo erano gratuite e di mutuo soccorso (si pensi ad esempio alla cura degli anziani); per questo abbiamo bisogno sempre di più risorse, cioè di lavorare di più, sottraendo ulteriore tempo al nostro privato e monetizzando attività prima gratuite. Insomma, un cane che si morde la coda. Per dirla con l’autore:

Gli italiani, come il resto degli europei, non condividono i valori degli arrivisti, ma si stanno anche allontanando dall’edonismo. In Italia sono in aumento i valori legati alle idee di tradizione e creatività. I valori legati alle radici culturali e alle forme di socialità primaria sono più condivisi degli altri, insieme ai valori post-materiali dell’autenticità e dell’estetica. E la responsabilità sociale delle imprese è un concetto che raccoglie un consenso crescente. (p. 30)

e ancora

Il paradosso della felicità diventa (…) sempre più limpido: in una società già opulenta, la crescita economica è in gran parte la sostituzione di beni relazionali, culturali e ambientali con beni che costano soldi, dunque lavoro. Il benessere percepito non varia o peggiora anche se la crescita aumenta il reddito monetario.  E poiché il processo continua all’infinito nessuno se la sente di lavorare di meno o risparmiare di meno per godersi di più la vita una volta raggiunto un certo livello di ricchezza: perché si sa che ce ne vorrà sempre di più comunque. La dipendenza è avviata. La trappola è difficile da superare. (p. 129)

Questo ciclo ha origine nella teoria economica classica, palesemente e invitabilmente miope nel cogliere i veri bisogno e pulsioni dell’uomo, che è invece ridotto da questa ad un puro attore che voglia massimizzare la propria utilità. Ma l’autore ci avverte che in campo economico è stata la realtà a cambiare per adattarsi alla teoria e non il contrario. Quello a cui ha portato è esploso proprio negli ultimi 6 mesi, credo che basti aprire un giornale per rendersi conto di dove ci ha portato l’ideologia del libero mercato portata alle sue conseguenze più estreme.

OK, ma Internet in tutto questo?

La TV era la regina dei media nella società industriale, quando il tempo era lineare. Quando si lavorava otto ore e la giornata era sempre prevedibile e regolare, oggi i telefonini, internet, i videogiochi sembrano molto più adatti alle esigenze caotiche della società della conoscenza.

Nella società della conoscenza emerge un medium diverso, che faciliti la circolazione delle idee da un lato e che soddisfi quelle esigenze di condivisione e di partecipazione che in un certo senso sono state sottratte all’homo oeconomicus. Internet e i nuovi media ha quattro conseguenze fondamentali nel mondo dei media e nel sistema economico:

  1. il pubblico diventa attivo ponendo i media tradizionali davanti a una rivoluzione copernicana: dai target si passa ai network;
  2. nell’economia della consocenza l’obiettivo della massimizzazione del profitto convinve e si confronta con l’obiettivo dell’arricchimanto delle relazioni;
  3. la res pubblica assume una nuova importanza: non più ostacolo o protezionismo contro il libero mercato, ma terreno di regole condivise;
  4. nell’economia della conoscenza, più che la concorrenza vince la simbiosi, i grandi servono ai piccoli e i piccoli servono ai grandi: è una rete.

Le conseguenze di questi cambiamenti l’autore non li profetizza. Anche nell’ultimo capitolo “Idee guida” non c’è un’ipotesi di futuro, ma piuttosto l’individuazione di alcuni terreni di lotta (come quello del copyright) e di assett portanti del mondo che sarà. Peccato in un certo senso; da tempo aspetto un libro che riesca in qualche modo a sistematizzare gli spunti creativi diversi di molti autori in una sintesi unica e originale. Ma forse sto davvero chiedendo troppo.

Cambiamenti dal basso

Il discorso del Presidente Obama al popolo iraniano è ormai quasi storia. Non ci stupisce l’uso di Internet e di You Tube, non ci stupisce il rivolgersi direttamente “to the people and leaders of Islamic Republic of Iran”.

Il Presidente degli Stati Uniti invia un messaggio innovativo non solo perchè apre all’Iran (e su questo lascio la parola a commentatori più esperti), ma lo fa non in una situazione ufficiale, da una conferenza o da un incontro con autorità del mondo islamico; si riovlge al popolo in un mutuo riconoscimento della propria grandeza e dignità. Insomma, forse non ce lo potevamo aspettare, ma sicuramente è una gradita sorpresa.

Ho sentito commentatori dire che la politica estera di Obama è diversa da quella di Bush perchè Obama cerca il consenso. Ecco, cadiamo di nuovo nelle vecchie logiche. Anche Bush cercava il consenso con la sua politica della paura, ma Obama adotta un nuovo paradigma: non cerca il consenso, ma la collaborazione, non è un fare in alto per cercare il consenso in basso, ma un fare insieme, “yes we can”; infatti si rivolge prima che ai leader al popolo.

Secondo me vecchio è il commento di chi giudica questo discorso al popolo iraniano inutile, perchè non ripreso dalle TV iraniane e a causa della censura su Internet visto da pochi. Forse. Ma pochi l’hanno visto; se Obama avesse pronunciato lo stesso discorso in una cerimonia ufficiale forse l’avrebbero visto in ancora meno. Si continua a pensare che se la TV non diffonde, il messaggio non arriva e in questo modo non pensiamo o ignoriamo che i pochi che l’hanno visto possono averne diffuso il contenuto, agli iraniani che vivono all’estero e continuano ad aver contatti con la loro terra di origine, all’impatto che può aver avuto su tutto il mondo arabo e sugli stati mediorientali.

Insomma, neghiamo l’importanza del meccanismo virale delle idee e dei messaggi. Come se la rivolta dei monaci birmani non ci avesse insegnato nulla. Come se volessimo ignorare l’importanza del movimento egiziano 6 Aprile nato e cresciuto su Facebook (a questo proposito bellissimo l’articolo di Wired dello scorso numero).

Siamo liberi di continuare a ingorarlo, ma credo che Obama stia dando una grandissima lezione a noi professionisti della comunicazione, ma in generale a chi non ama il mondo così com’è e pensa e vuole che sia possibile cambiarlo, purchè questa avvenga con l’azione di tutti noi singoli, senza aspettarci che il miracolo arrivi da un uomo solo. Mi viene in mente una frase molto bella di cui non ricordo l’autore: il contrario di responsabilità oggi non è irresponsabilità, ma indifferenza.

Voglio il Kindle 2!

Cerco di non cedere alla tentazione, però… che meraviglia! E’ la geek girl dentro di me che si dimena e mi urla di comprarlo, poi guardo il prezzo e ci penso bene.
Kindle 2 de Amazon

1.500 libri in 10.5 once (che non so bene quanto siano perchè mi rifiuto di imparare sistemi di misura bizzarri come quelli non decimali, ma saranno poche no?) E poi è sottile come una matita. Ma quanto mi ringrazierebbero le mie spalle quando vago su e giù per l’Italia con una 24ore che sembra una valigia?

Ho letto però con attenzione le due recenzioni di Jackob Nielsen sull’usabilità e… delusione :-( Sembra che Kindle2 funzioni bene per la narrativa, un po’ meno per libri da consultare o da leggere in modo non lineare come sono tipicamente i saggi di lavoro.

E allora? Eh no, la vecchia zia che è dentro di me non ce la fa. Ho sempre creduto poco negli e-book, innamorata del profumo della carta, delle mie tre librerie e perfino ammiratrice non sostenitrice del bookcrossing (non ce la faccio ad abbandonare un libro, è più forte di me)…

Ho sempre pensato che poteva essere lo strumento perfetto per i saggi, che tanto invecchiano in fretta perciò… chi se ne frega di tenerli in libreria! E poi puoi consultarli in un attimo, ritrovare il capitolo o la fonte che cercavi, mi immaginavo già una bellissima folksonomia come quella che ci fa sognare WeinbergerInvece nulla! Jackob Nielsen ci avverte che l’usabilità è ancora scarsa e anche gli strumenti di archiviazione sono piuttosto essenziali.

Peccato, avevo cominciato a farci più che un pensiero e iniziato a solleticare il mio ufficio acquisti (cioè la parte tirchia che è in me :-) ). Mi sa che aspetterò ancora, niente early adopter, meglio essere un wise adopter!