Archivio per aprile, 2009

Le nuove pagine di Facebook

Non trovate che le nuove pagine di Facebook assomigliano sempre di più ad una piattaforma di microblogging?

Il mio 25 Aprile

ATTENZIONE: post ad alto contenuto personale di cui non frega probabilmente nulla a nessuno se non alla sottoscritta e ai suoi 4 amici che seguono il blog :-)

In questi giorni si discute moltissimo sul 25 Aprile e sul suo significato e ho pensato molto se un senso ce lo possa ancora avere nel 2009, a 64 anni dalla liberazione dal nazifascismo. Ho ripensato alla storia della mia famiglia, dove nessun uomo ha partecipato alla Resistenza Partigiana, perchè tutti troppo vecchi per essere arruolati (avevo ed ho nonni molto molto anziani). L’ho sempre sentito come una piccola vergogna, perchè non potevo vantare un nonno o uno zio partigiano o, peggio, repubblichino. Poi ho ripensato ai racconti della mia nonna materna, che di guerre ne ha vissute due essendo nata nel 1908. Mi parlava spesso della guerra e anche dei partigiani; mi raccontava del mio bisnonno, caratteraccio autoritario di un’Italia che sembra lontanissima e sopravvissuto ai gas della Prima grande guerra, fiero e convinto liberale che non prese mai la tessera del fascio. Mi raccontava di come nascondeva il latte per i bambini e i vecchi del Paese, ma un racconto lo ricordo bene: era tempo di elezioni e il mio bisnonno era a letto con la febbre alta; vennero a prenderlo a casa e lo costrinsero ad andare a votare e lui, furibondo, ci andò borbottando “ma cosa devo venire a votare se la scheda per il duce è tricolore e l’altra bianca!!!”. Sono piccoli ricordi di bambina che ti rimangono dentro.

Mia nonna mi parlava spesso anche dei partigiani, non sempre bene a dire il vero. A quel tempo vivevano a Coggiola, allora ridente paesino reso ricco dall’industria laniera, oggi piccolo paese quasi spopolato. Coggiola è in bassa Val Sessera, in mezzo alle montagne, in una delle roccaforti partigiane. Così spesso in paese c’erano rappresaglie feroci dei tedeschi e mia nonna moriva di paura, con un marito al lavoro e una bambina di 7 anni in casa. Mi raccontava sempre di una volta in cui sparavano all’impazzata in paese, proprio sotto la loro casa e mia nonna nascose mia zia sotto il tavolo, mettendole la testa dietro la gamba in modo da proteggerla. Quel tavolo è stato per qualche anno nella mia cucina a Torino e le sue grosse gambe mi hanno sempre dato un senso di solidità e sicurezza, quasi a dirmi che di storia ne avevano vista tanta e che erano lì per proteggermi. Ecco, allora penso che i miei figli, se mai ne avrò, queste storie non le sentiranno più perchè nessuno potrà più raccontargliele. E penso che sia bene scriverle perchè le possano leggere e capire da dove veniamo e cosa siamo stati. Poi arrivarono le letture di Fenoglio o la storia studiata sul Revelli, ma la curiosità parte da quelle storie d’infanzia.

Altro mio orgoglio è la cugina del mio nonno paterno, Alba Spina. Antifascista di prima generazione, gran parte della guerra la passò in carcere a Torino. Nella mia famiglia si parlava poco di lei, per dirla con un linguaggio del secolo scorso, non poteva piacere una comunista ad una famiglia ben pensante della broghesia. L’ho vista pochissime volte da bambina, quando ci si riuniva ancora nella grande casa dei nonni paterni nelle feste comandate. Non era amata perchè diversa, ribelle e indomabile, ma chi l’ha conosciuta diceva che ne soffrì molto di questo isolamento; Alba non si sposò mai, si mormorava per un amore giovanile perso nel sanatorio di San Luigi  a Torino per la tisi, luogo tristemente legato anche ad una mia malattia; forse non volle mai tradire quell’amore perduto, ma di certo non tradì mai i suoi ideali di giustizia e fieramente, forse anche un po’ cocciutamente, comunisti. In confino a Ponzia il 1 Maggio stese al balcone un abito rosso; quando sul finire degli anni ‘70 tutti osannavano la grande America capitalista, lei andò in Russia a farsi operare agli occhi e non smise mai di lodarne la meraviglia. Non ho il coraggio grandissimo di Alba e nemmeno la sua fede incrollabile negli ideali comunisti, ma mi piace pensare di averne ereditato il senso di giustizia e la capacità di indignarsi. Un grande rimpianto della mia vita è di non aver conosciuto in età adulta questa cugina lontana, fiera persino nella sua ultima cerimonia, con un funerale civile a cui la banda partigiana suonò “O bella ciao” e “Internazionale”; l’ho riscoperta dai libri e dai racconti di chi ancora c’è.

Non so se ad Alba sarebbe piaciuto questo mondo e se l’avrebbe capito; di certo non le sarebbe piaciuta la mia professione. Quando nel 1990 Achile Occhetto sciolse il Partico Comunista, Alba non fu d’accordo perchè per lei questo significava rinnegare la lotta di libertà contro il fascismo. Una posizione antistorica, ma comprensibile per chi aveva passatto 20 anni della propria vita a combattere un regime e il resto a cercare di costruire un’Italia più giusta. Questo punto mi ha sempre colpito quando mi dicono che fascismo e comunismo sono la stessa cosa. Il regime di Stalin e quello di Hitler sono la stessa obbrobriosa infamia, ma non credo si possa paragonare un’ideale di equità e di giustizia sociale con una visione del mondo dominata dall’ideologia di razza e che predica l’odio, anche se gli effetti sono stati disastrosi in entrambi i casi. Questo ideale di uguaglianza e di giustizia fu quello che permise a partigiani rossi e partigiani bianchi di combattere insieme per la Liberazione; subito dopo tornarono a dividersi, ma ogni anno il 25 Aprile ci ricorda che il popolo italiano ha saputo unirsi e combattere un mostro che esso stesso aveva creato; anche Camillo e Don Peppone erano fratelli il 25 Aprile.

Ecco, questo sarà il mio 25 Aprile, senza bandiere e manifestazioni, senza parti politiche che si approprino di quel giorno. Solo un ricordo delle mie radici e un profondo orgoglio per quello che mi hanno insegnato. Perchè non c’è differenza nella morte e ogni caduto ha il diritto di essere compianto, ma c’è differenza in come viviamo la vita e nel ricordo di noi che lasciamo a chi ancora vive.

Fuori c’è la crisi = fammi lo sconto

Non esco di casa, eh no eh no, fuori c’è la crisi“… Ultimamente questa canzone del grande Fossati non riesce ad uscirmi dalla testa, soprattutto da quando alcuni clienti hanno cominciato a chedermi un ribasso delle tariffe “in nome della crisi” (da canticchiarsi sulla musica di cui sopra).

Ora, ci sono mille buone ragioni per cui posso accordare lo sconto ad un cliente, perchè lavoriamo con un rapporto di partnership con una logica win-win, perchè mi dà molto lavoro, perchè voglio entrare su un nuovo mercato, perchè si lavora insieme in modo efficace (cioè mi dai dei brief corretti senza farmi rifare le cose 20 volte!!!!) ecc. ma francamente non vedo nessuna buona ragione per cui dovrei abbassare i prezzi perchè fuori c’è la crisi!

La crisi non ha diminuito il costo della vita e nemmeno l’inflazione, non ha diminuito la fatica che ho fatto a formarmi o il valore della mia consulenza, non ha diminuito i miei bisogni e vorrei che non diminuisse il mio tenore di vita e soprattutto non ha diminuito le mie capacità professionali.  No, mi dispiace, ma non vedo nessun buon motivo per dimnuire le mie tariffe a causa della crisi.

Il consiglio migliore lo’ho avuto dal mio compagno: “La prossima volta rispondi che diminuirai le tariffe quando loro diminuiranno il prezzo dei loro prodotti“. Mi sembra geniale.

Intanto, fuori c’è la crisi…

Community e spot in TV

Penso da un po’ a questo post, ma non riesco a chiarirmi le idee e darmi risposte convincenti, per cui scrivo e chiedo il vostro aiuto nell’illuminare le zone d’ombra.

Partiamo dalla tesi n. 9 di Gianluca:

Non ha importanza il numero di ripetizioni del messaggio, soprattutto se non volete ascoltare la nostra risposta. Dopo il primo, diventa solo fastidio e rumore di fondo. Immaginate la vostra reazione se qualcuno vi chiedesse più volte la stessa cosa, e poi si disinteressasse della risposta. Uguale.

Questo mi fa molto riflettere sul significato di campagne cross media: hanno ancora senso?

Quando frequentavo l’università, nel secolo scorso, ci insegnavano che il messaggio deve essere uguale e coerente su tutti i media. Internet non c’era ancora, era solo una roba da geek. Poi è arrivata Internet e via di display advertising, dove tutto era semplice: crei un messaggio e lo declini sui vari mezzi, attento al massimo ad usare un media mix ampio.

Ma oggi ha ancora senso? Ha senso parlare di multicanale o cross mediale quando una cosa che funziona in TV, ammesso che funzioni, su Internet non ha senso? Mi spiego meglio: come fai a declinare una campagna che per definizione è cercare di colpire un bersaglio con l’attivare una conversazione in rete con i propri clienti? Come fai a trovare un concept se il concept stesso della vita su Internet è la conversazione, cioè il messaggio lo creano le persone che vi partecipano? Certo, le aziende possono suggerire dei temi su cui discutere, ma non possono controllare il senso della comunicazione.

Bene, la risposta non ce l’ho e fin qui sembrerebbe anche un po’ accademia, se non fosse che questa domanda me l’hanno fatta sorgere due campagne advertising on air nelle ultime settimana, Nike Plus e Nel Mulino che Vorrei, che sembrano avere l’obiettivo di portare gli utenti alle proprie community.

La prima reazione è stata di orgoglio, perchè Internet guidava il re dei media e la TV finalmente si accorgeva di noi. Poi ho cominciato a rifletterci? Ma perchè un canale deve sostenersi con un altro canale? Perchè devo fare pubblicità in TV per una community su Internet? Ha senso? E’ efficace? Davvero andrei su un sito perchè ne ho visto lo spot in TV? La prima risposta che mi sono data (le vecchie abitudini sono dure a morire) è che forse l’obiettivo era quello di creare awareness, per cui ha senso usare la TV e li altri media mainstream per veicolare un progetto innovativo e di ampio respiro sul web.

In realtà il punto mi sembra un po’ più complesso; Nike da anni e Barilla recentemente hanno deciso di aprirsi al mondo del web e non è un problema, credo, di fare numeri sul proprio sito, ma di costruire realmente un percorso di significazione di Brand con i propri clienti, di aprirsi ad un dialogo vero. Questo cambia le carte, perchè è come dire: per me non è importante venderti un prodotto ma conoscere quello che pensi, tanto che non ti parlo dei me ma ti dico cosa vorrei sapere di te. Sfidante, certamente sfidante. Forse allora più che dal concept dobbiamo partire dall’obiettivo: se il nostro obiettivo è quello di ingaggiare i nostri clienti (e non i consumatori!!!) in un dialogo reale, possiamo farlo anche utilizzando i media mainstream, che in questo caso hanno un rapporto di dipendenza dal web, perchè al web rimandano per creare una reale conversazione. Fico!!

Ecco, ma qui mi sorge un nuovo dubbio: ma se il nostro obiettivo è quello di parlare ai nostri clienti, ha davvero senso urlargli nelle orecchie per invitarli al nostro salotto buono? Risultiamo davvero convincenti? A me sembra che sia un po’ il volantinaggio che fanno il sabato pomeriggio per invitarti nei locali, ma poi il locale lo scegli per altri motivi, perchè ci vanno i tuoi amici, perchè c’è la musica che ti piace, perchè il/la barista è tanto carino/a, perchè è “cool”…

Intendiamoci, tanto di cappello alle iniziative che ho citato, lungimiranti e rare nel nostro panorama; ma ho qualche dubbio sul fatto che si possano sostenere anche con la TV. Voi che ne dite? Mi sono spinta troppo oltre fino ad arrivare a un paradosso o anche a voi qualcosa non torna?

Il bel Paese dei compromessi

Leggo oggi via TSW il report Nielsen sui Social Network.

Da leggere il box a pagina 9 (traduzione mia):

Il problema della bassa produttività della forza lavoro italiana è stato affrontato dal Ministro della Pubblica Amministrazione. Lo scorso anno Renato Brunetta ha dichiarato guerra ai fannulloni (in Italian del testo n.d.r.) che lavorano nell’amministrazione pubblica, ottenendo una riduzione del 50% dei giorni di malattia nel giro di pochi mesi. Anche Facebook è nel mirino delle aziende italiane, pubbliche e private, che stanno bloccando l’accesso al sito – Poste Italiane è stata la prima nel Novembre 2008. Tuttavia, ci sono compromessi: gli impiegati del comune di Napoli posso stare su Facebook un’ora al giorno.

Ecco confermata la nostra bella reputazione di fannulloni e popolo del compromesso!