Archivio per luglio, 2009

Responsabilità, organizzazione e Brand image

Proprio ieri chiacchieravo con un collega di come la libera professioni aguzzi l’ingegno; non è che sono diventata tutto d’un colpo più intelligente, ma si impara presto che la parola “non so farlo” non è economicamente redditizia e che non c’è nessuno a cui fare escalation o a cui scaricare il problema. In azienda è diverso, perchè puoi sempre spostare la patata bollente sulla scrivania di un collega o chiedere ad un fornitore di aiutarti a uscirne.

Questa mattina leggo poi due post interessanti. Mafe de Biagi racconta nel suo No Logo di una pessima esperienza con il soccorso stradale e sottolinea come tutti gli anelli della catena debbano tenere: è inutile investire milioni in comunicazione e avere sofisticatissime strategie quando il commesso a cui ti rivolgi per acquistare un prodotto è sgarbato e poco preparato.

Seth Godin, con la sua solita eleganza, sembra rincarare la dose in un post in cui sottolinea bene e in modo spietato il modo in cui spesso i problemi del cliente all’interno delle grandi organizzazioni vengono semplicemente palleggiati da una scrivania all’altra, dietro l’alibi “Io lavoro solo qui, non puoi prendertela con me”.

Certo, c’è un discorso di empowerment, di obiettivi, ecc. che sento fare da quando ho cominciato a lavorare, ma forse è arrivata l’ora di una visione un po’ più radicale: forse è davvero venuto il momento in cui le organizzazioni come le abbiamo viste fino ad oggi hanno fatto il loro tempo, non è ua questione di orgoglio nel lavorare in un’azienda o per un Brand, è una questione di come ci si organizza, cosa viene sanzionato e cosa incentivato, non solo a livello economico, ma soprattutto sociale.

Se penso ai Brand di successo, mi vengono in mente non solo grandissimi progetti innovativi a livello di comunicazione, ma grandi riorganizzazioni interne. Insomma, se dovete chiedere ancora 8 approvazioni a legali, superiori, casa madre, ecc per ogni cambio di status su Facebook, il problema non è solo la pagina di Facebook, probabilmente.

Uno per uno, tutti per tutti di Clay Shirky

UnoperUnoTuttiperTuttiVoglio cominciare la recensione di questo libro partendo dal fondo, con una citazione dall’Epilogo:

Quando ero ragazzo, domandarsi se stessimo vivendo nell’era atomica o nell’era spazionale rappresentava una delle discussioni più accese con i miei amici nerd. Eravamo certi del fatto che fossero quelle le tecnologia che definivano quel periodo, una certezza raggiunta sullle pagine di”Popular Science” e di “Popular Mechanics” (…) Avevamo ragione a chiederci quale delle due tecnologia fosse la più importante, ma non sapevamo che entrambe erano sbagliate. le tecnologie più importanti di quel periodo none rano i viaggi spazioneli nè l’energia atomica, bensì il transostor e la pillola anticoncezionale. (p. 219)

Il libro di Shirky vola via pagina dopo pagina con una leggerezza di lettura che fa bene da contrappunto alla profondità della sua analisi. Shirky parte da una considerazione semplice: le organizzazioni sono nate per diminuire i costi di transazione, quanto i costi di transazione sono più alti dei benefici, l’organizzazione diventa antieconomica. L’economia di mercato ha dunque sempre dato vita a forme organizzative che contenessero i costi di transazioni, orientandosi verso forme di organizzazione gerarchiche.

Internet ha profondamente rivoluzionato non tanto le organizzazioni in sè, quanto le tecnologie che permettono alle organizzazioni di formarsi: una organizzazione non gerarchica del lavoro non diventa di per sè preferibile, ma diventa tecnologicamente realizzabile. Shirky fa l’esempio di GNU e Linux: entrambi sono sistemi operativi open-source, ma il primo fu realizzato secondo procedure ancora gerarchiche mentre il secondo, iniziato negli anni ‘90, potè contare sull’enorme supporto della rete, arrivando ad essere uno dei sistemi operativi per server più utilizzati.

Secondo Shirky, Internet favorirebbe l’aggregazione di persone attorno ad un obiettivo comune, aggregazione che si può manifestare come Condivisione, Collaborazione o Azione collettiva, richiedendo dall’uno all’altro sempre un impegno maggiore. La condivisione è il primo scalino, il più semplice; Shirky porta ad esempio Flickr dove le persone possono condividere le fotografie di un evento o di un luogo semplicemente attraverso i tag. La collaborazione richiede invece più impegno e crea un’identità di gruppo, come nelle community che nascono intorno a temi specifici; infine abbiamo l’azione collettiva, ancora più complessa da raggiungere e di cui Shirky riporta gli interessanti casi a livello di azione politica dei Flash mob in Bielorussia o dell’uso di Twitter in Egitto. Shirky sottoliena in ogni esempio come gli interessi che sottostanno a tutti questi gruppi esistessero già in precedenza, ma fosse impossibile creare un gruppo per i costi di coordinamento che erano troppo alti: così l’azione di gruppo contro un prete pedofilo non è nata all’improvviso, ma, a differenza del passato, si è formata ed è sopravvissuta grazie ai diminuiti costi per le persone di condividere informazioni e esercitare pressione sui media.

Insomma, proprio come l’invenzione della stampa a caratteri mobili ha rivoluzionato il modo di produrre cultura, le strutture sociali e organizzative e il sistema economico, così Internet sta rivoluzionando il mondo come lo conosciamo, il concetto di scarsità applicato alla conoscenza che ha permesso la nascita e il proliferare dell’editoria e dei moderni mass-media. Proprio come non si poteva difendere la professione dell’amanuense, non possiamo pensare che molte delle forme organizzative che oggi imperano continueranno ad esistere.

Tuttavia, l’autore avverte con molto disincanto che questa nuova logica di produzione delle informazioni, che chiama “prima pubblica poi filtra” presuppone che

i nuovi sistemi sociali debbano essere in grado di tollerare enormi livelli di fallimento. Ancora una volta le strutture sociali sostenute dai nuovi strumenti tecnologici si rivelano l’unico modo di mostrare e promuovere i rari casi di successo (p. 175)

La bellezza del libro di Shirky non è solo negli esempi concreti e puntuali che porta o nella profondità di analisi, ma è soprattutto nel disincanto con cui guarda a questi processi sociali: non sono buoni o cattivi, non miglioreranno perggioreranno il mondo, semplicemente lo cambieranno e le nuove generazioni hanno già introiettato ed assimilato queste nuove tecnologie e modelli sociali, come per noi è assolutamente ovvio premere un bottone ed avere la luce in casa.