Archivio per gennaio, 2010

Marketing ti presento il Mobile? – Presentazione della ricerca al MIP

Oggi ho seguito a Milano la presentazione della ricerca 2009 dell’Osservatorio Mobile Marketing and Service.

Di molti spunti ne ho già parlato via Twitter, ma su un paio di riflessioni vorrei fermarmi.

Primo, i mobile surfer sono, a seconda delle stime, tra i 7 e gli 8 milioni; a memoria, mi sembrano circa 3 milioni in più dello scorso anno. Merito dei piani tariffari flat, ma merito anche dei grandi assenti di oggi: i Social Network. Non se ne è parlato affatto o quasi, eppure ho il forte sospetto che  molti di quegli utenti o una buona fetta del loro tempo di online con il mobile sia proprio dedicato a Facebook and Co.

Secondo, trai big spender in pubblicità in Italia, 19 spender hanno investito nel mobile realizzando 31 applicazioni. Poche, pochissime. Come ha sottolineato bene Andrea Boaretto manca un approccio strategico, siamo ancora nella sperimentazione più per far parlare di sè che per usare davvero il mobile come canale.

La sensazione è che il mobile funzioni benissimo come servizio di caring per realtà medio piccole. Interessanti a questo proposito alcune case history:

  • Le Chiuse di Reopasto, piccolo agriturismo che avvisa via SMS i clienti quando inizia la macellazione e permette di prenotare sempre via SMS. Risulato: +76% di vendite in 2 anni e payback dell’investimento in 2 mesi
  • Teatro Giuseppe Verdi di Trieste, che avvisa via SMS dei posti ancora disponibili per lo spettacolo serale con un prezzo last minute. Risultato: pay back inferiore agli 8 mesi e break even con la vendita di 14 biglietti a spettacolo

Del resto siamo non solo il Paese con la più alta penetrazione di cellulari, ma anche con un tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese. Forse proprio questa è la strada del mobile marketing in Italia.

Staremo a vedere, intanto la Mobile Marketing Association aprea anche da noi.

Il discorso di Hilary Clinton sulla censura: la politica che gestisce il cambiamento

Ieri il Segretario di Stato USA Hilary Clinton ha tenuto un discorso sulle tecnologie dell’informazione, la libertà di espressione e la censura.

L’ho acoltato tutto, questa mattina, qui. Non volevo farmi deviare da articolo o commenti, da un entusiasmo troppo facile o un anti-americanismo un po’ populista. Il mio parere: bello! bello! bello!

Come prima cosa, continuo a stupirmi della capacità di eloquenza americana, a come riescano a costruire discorsi bellissimi e perfetti, a usare lo story telling per catturare l’attenzione e colpirti con un’emozione… Sono dei maestri indiscussi; il discorso aveva i giusti toni, le fughe in avanti e le rassicurazioni ai più conservatori, parlava di libertà di espressione e di libertà religiosa, mischiava ironia e toni patetici. Grandiosi davvero.

Ma al di là della forma perfetta, il contenuto arrivava forte e chiaro. A mio parere sono 5 i punti importanti che la Clinton ha toccato:

1) le reti di informazione hanno plasmato il mondo e determineranno quello che sarà; se la tecnologia di per sè non sta con i buoni o con i cattivi, la politica (cioè gli USA) una parte devono prenderla e la loro posizione è quella di una sola Internet libera. La Clinton ne parla subito nei primi minuti del suo discorso, per poi tornarci nella conclusione sostenendo che questo è un problema di come vogliamo che sia il mondo di domani: con una sola rete che garantisce accesso alle informazioni e alla conoscenza oppure un insieme frammentato di reti in cui le conoscenze non sono condivise. Avverte la Clinton che storicamente i conflitti nascono proprio dalle asimmetrie informative, quindi il sostegno a una sola rete di informazione è un sostegno alla pace e al benessere eonomico.

2) la rete può essere uno strumento meraviglio oppure può essere usata per intenti criminali: combattere chi la utilizza per scopi illeciti deve essere una priorità transnazionale, ma non può essere una scusa per reprimere o violare la privacy degli individui

3) la storia ha già condannato e sconfitto le pratiche censorie, come ricorda il Muro di Berlino, ma oggi ci sono Stati che erigono muri elettronici non visibili. La censura e gli attacchi verso gli oppositori sono violazioni dei diritti umani e come tali condannati dagli USA. Se il Muro di Berlino, simbolo di divisione, è stato il simbolo di un’epoca, Internet è un simbolo di connessione ed è il simbolo di questi anni. La Clinton non le manda a dire, cita esplicitamente i Paesi che mettono in atto pratiche censorie: Cina, Iran, Uzbekistan, Egitto, Tunisia, Vietnam, Corea del Sud, Arabia Saudita, Moldavia… spero di averli trascritti tutti. Ci sono nemici storici e alleati storici nell’elenco. Un punto del discorso è fondamentale: gli USA hanno un responsabilità nel vedere le tecnologie della comunciazione usate per il bene dal momento che proprio in USA sono nate e daranno un supporto economico allo sviluppo di quelle tecnologie che permettono una maggiore libertà di espressione e il superamento dei vincoli censori.

4) Internet è anche un motore di sviluppo economico e un equalizzatore sociale che può permettere la crescita di Paesi in via di sviluppo: la libera informazione non va vista solo come un valore astratto ma ha tangibili e brevi effetti. Ma i vantaggi non sono solo per i Paesi emergenti, la fiducia e la trasparenza sono piuttosto la base su cui si costruiscono le relazioni internazionali anche dal punto di vista economico. Per questo devono essere messe in atto soluzioni diplomatiche che rafforzino la global cyber security. Poco oltre la Clinton fa un esplicito riferimento all’attacco subito da Google e invita il governo cinese a fare un’approfondita indagine e a essere trasparenti sui risultati di questa indagine. Non chiude ovviamente la porta, ma è molto chiara: le nostre relazioni con la Cina sono positive ma continueremo candidamente a sostenere il nostro punto di vista.

5) le aziende non sono estranee a queste reponsabilità. Se una maggiore trasparenza e circolazione delle informazioni va anche a loro vantaggio, così come il rafforzamento della global cyber security per proteggerle da furti di proprietà intellettuale, allo stesso tempo nessuna azienda USA deve accettare la censura, ma dovrebbe fare della libertà un valore etico fondante della cultura di impresa. Così come il governo americano avrà un ruolo attivo, anche le aziende devono considerare cosa è giusto e non il profitto immediato.

Con un pragmatismo tutto americano – che supera le ideologie e forse per questo fa vincere le idee – chiosa con una frase bellissima, prima di riprendere l’esempio iniziale di una bambina salvata a Haiti grazie a un SMS.

I believe it is the right thing to do, but I believe it is also the smart thing to do

Hilary Clinton ha la consapevolezza – IMHO – di fare un discorso storico e non a caso cita due volte Eleanor Roosevelt. E’ sicuramente un discorso di politica estera ed è un discorso ai cittadini che hanno votato questo Presidente, ricordando loro ill perchè di questa scelta (più volte la figura di Obama è citata e con una splendida ironia anche la sua campagna elettorale vincente). Ma è soprattutto un discorso sul cambiamento e su come la politica debba affrontarlo, prendendo posizione e plasmanolo dove può.

Mentre è chiaro che la diffusione di queste tenologie sta trasformando il mondo, non è ancora chiaro quali effetti questo cambiamento avrà sui diritti umani  e sul benessere delle popolazioni (…)

Noi siamo per una sola Internet in cui tutta l’umanità abbia uguale accesso alla conoscenza e alle idee e siamo consapevoli che le infrastrutture mondiali diventeranno ciò che noi e gli altri faremo di esse

Allora penso alle leggi e leggiucole che occupano 2/3 dei nostri TG, alla barbarie con cui ci l’Italia affronta l’immigrazione, a un Ministro che in campagna elettorale dice di non volere una società multiculturale (e non riesco più a riderne). Durante il discorso della Clinton mi sono commossa quando parlava di Haiti. Noi non abbiamo macerie in strada, ma l’immobilismo e l’incapacità di gestire il cambiamento mi fanno venire le lacrime agli occhi. E peccato che la sinistra, alla ricerca affannosa di un’identità ormai costruita per difetto, non si accorga di avere sotto il naso una grandissima possibilità di ridefinizione di se stessa.

Linchpin di Seth Godin: una prima review

Linchpin

Avevamo già parlato di cosa Seth Godin abbia escogitato per promuovere il suo nuovo libro: dimostrami che ti interessa facendo una donazione e io ti spedisco il libro gratis. Come lettrice internazionale, ho ricevuto solo una preview di qualche decina di pagine.

Prima di tutto il processo: Seth Godin è Seth Godin e non smentisce nessuna delle sue tesi; manda e-mail di informazione solo quando è necessario, ringrazia per la donazione, spiega perchè questa e-mail arriva e assicura che non ne arriveranno altre. E così è, fino a quando non ricevi una l’e-mail con il link per il download, ancora con i ringraziamenti. Alla fine ci si sente davvero un po’ speciali, un po’ coccolati e non è costato nulla di più che un po’ di gentilezza e attenzione nello scrivere i testi e definire il processo. La credibilità aumenta, un altro a bravo a Seth.

Ecco, è proprio il senso di essere speciali che Seth vuole regalarci con questo libro. Sulle prima la mia reazione non è stata molto positiva; sono consapevole di vivere in un mondo che sta cambiando, in cui non basta fare quello che ti è chiesto di fare ma in cui è necessario reiventarsi ogni giorno. Credetemi, fare la consulente nel campo della comunicazione digitale nell’annus horribile dell’economia lo insegna benissimo. E’ un libro strano, non parla di marketing, non parla di strategie, non parla di psicologia. “This time is personal”, questa volta è ora di metterla sul personale; mi è sembrato un inno alla speranza di un mondo migliore in cui ognuno possa esprimere il proprio potenziale, in cui ognuno possa essere almeno un po’ genio ogni giorno.

Anche tu potresti fare il lavolo di Richard Branson.

Per gran parte del tempo, almeno.

Ho trascorso un po’ di tempo con Sir Richard e posso dirti che potresti anche tu fare la maggior parte ci ciò che fa, magari anche meglio. A parte quello che fa circa 5 minuti ogni giorno. In quei 5 minuti, crea miliardi di dollari di valore ogni anno e nè tu nè io abbiamo una sola possibilità di fare quello che fa lui. Il vero lavoro di Branson è di vedere nuove opportunità, prendere decisioni che funzionano e capire il legame tra il suo pubblico, il suo marchio e le sue imprese.

La legge di influenza di un linchpin (letteralmente perno, ma in senso figurato è un individuo indispensabile in un’organizzazione, una colonna portante n.d.a.): maggior valore crei nel tuo lavoro, minori saranno i minuti d’orologio spesi a creare quel valore. In altre parole, per la maggior parte del tempo  non sei geniale, la maggior parte del tempo fai cose che la gente normale fa.

La traduzione è mia.

Questo post è quanto di più vicino a quello che ho letto di Linchpin.

Non so però se riesco a condividere la positività è l’ottimismo dell’autore; almeno in Italia vedo ancora troppi manager per cui la bibbia è “L’arte della guerra”. Se è lo scontro la metafora che meglio descrive la nostra società, allora questo libro è ancora anni luce avanti.

Cina, Google ed etica

dragon_boat_festival_2002Risale a giovedì scorso la notizia della rottura tra Google e il governo cinese: niente più pagina censurate sulla versione mandarina a seguito di un sofisticato attacco informatico a Google e altre importanti aziende. Ho letto un po’ in giro per la rete, bellissimo il post di Zambardino, mi sono mervigliata (chissà poi perchè) dell’assenza di questa notizia sui TG, ne ho parlato co amici e familiari, chi giovedì non leggeva le news on line non ne sapeva nulla.

Ho voluto pensarci un po’, sarebbe facile scrivere un post gridando “W Google che difende i diritti umani”; a dispetto della velocità della rete, avevo bisogno di tempo per formarmi una personale opinione. Alla fine? Ho deciso di aggiungere il mio nome alla raccolta di sottoscrizioni di Internet for peace.

Il punto di questa vicenda è proprio che non ha un punto: è una questione economica, cioè Google alza la voce per trattare nuove condizioni e garanzie con il governo cinese? Oppure è una questione di violazione di segreti aziendali che potrebbero avere evidenti ripercussioni sulla presenza di Google in Cina? Oppure è una questione di principio dove Brinn indossa una scntillante armatura da paladino dei diritti di libera informazione? Secondo me è tutte e tre.

A dispetto del cinismo di molti, non si può negare che questo gesto abbia una eco forte tra chi combatte ogni giorno per i diritti umani e non a caso la politica si è affrettata a plaudere (quella americana, si intenda, quella italiana forse non se n’è nemmeno accorta). Dopo ovviamente. Sarebbe sciocco pensare che Google non cercherà comunque un qualche accordo, non volendo probabilmente rinunciare al più promettente mercato del futuro. Ma non si può nemmeno ignorare che la partita qui si gioca sulla conoscenza e rubare un segreto industriale oggi era come rubare uranio durante la Guerra Fredda.

Ecco forse è proprio questo il punto: in questa vicenda democrazia, correttezza e informazione si mescolano così tanto da parere indistinguibili e forse, finalmente aggiungerei, diventa evidente agli occhi della politica che tollerare regimi autoritari come quello cinese (o iraniano) non è solo un cinico calcolo a discapito del popolo che sottosta a quel regime, ma può avere ripercussioni anche sul nostro benessere. Se non ho mai creduto che si potesse esportare la democrazia, tanto meno con una guerra, non condivido nemmeno il cinismo lassista di chi nulla fa perchè sono grossi e potenti. Il laissez faire, laissez passer del liberismo sfrenato ha portato a una disastrosa crisi economica, potremo imparare a non adottarlo nelle relazioni internazionali.

Un’azienda sana, che genera profitti, può e deve essere capace di dire no. E’ lo stesso principio che guida e ha guidato lo sciopero e la conquista dei diritti nelle democrazie moderne: a vincere in queste battaglia non era il più forte, ma il più caparbio e resistente. Se è sacrosanto che il profitto sia l’obiettivo che guida le imprese, non lo è il profitto ad ogni costo che di solito guida le mafie.

E allora intono “W Google”, sperando che altri ne seguano l’esempio. Don’t be evil. Infondo non si chiede poi tanto.