Archivio per gennaio, 2013

Quel giorno in cui ho visto come si fanno i Ferrero Rocher

Ci sono giorni in cui il mio lavoro è particolarmente bello e la scorsa settimana me ne ha regalati almeno un paio. Mercoledì scorso ho visto infatti la fattoria di Jody Scheckter e, beh, lo confesso, mi sono un po’ emozionata ad essere scarrozzata in macchina da un pilota famoso. Ma l’esperienza più forte l’ho avuta nei giorni seguenti, quando ho collaborato all’organizzazione di un evento in Ferrero, con visita alla mostra di Carrà e allo stabilimento.

Per una curiosa e malata di fare come me, vedere un’azienda dal di dentro è sempre una bella esperienza. Poi vengo da una terra di telai, in cui la produzione industriale significa pezze e ho lavorato tanti anni nel metalmeccanico, con gli operai che fanno il lavoro duro dell’immaginario collettivo, verniciano tubi, saldano, avvitano … Vedere una fabbrica di cioccolato dal di dentro è un’altra cosa, è a metà tra Willy Wonka e Tempi Moderni e spesso il senso di stupore è esattamente quello che si ha di fronte al grande schermo.

Ma, processi produttivi a parte, sono tre le riflessioni che porto a casa.

La prima riguarda, come sempre, il cibo. Sostengo da tempo che la maggior parte di noi non capisce (e apprezza) ciò che ingurgita, sia perchè non si rende conto degli ingredienti, sia perchè non si rende conto del lavoro che c’è dietro ad una singola preparazione e chi ama la cucina come me sa perfettamente cosa intendo. Bene, devo ricredermi anche su gran parte della produzione industriale che ho visto la scorsa settimana: produrre un Ferrero Rocher o una barretta Kinder richiede un processo estremamente complesso e l’inventiva che c’è dietro a questi prodotti lascia sbalorditi i creativi dell’impiatto. Uscendo da lì dentro, si pensa a come sia stupefacente che il prezzo riesca ad essere così contenuto, nonostante la complessità industriale e il profumo meraviglioso delle materie prime (cioccolato e nocciole mi sono entrate nel naso!).

La seconda riguarda invece il ruolo degli anziani. In una società che nega la vecchiaia e vive in una menzognera giovinezza eterna, qui c’è la figura dell’anziano Ferrero: non un anziano qualunque, ma un dipendente che ha dedicato almeno 25 anni della sua vita all’azienda. E l’anziano Ferrero non è dimenticato o coccolato come un vecchio rincitrullito in ospizio, al contrario è al centro di una rete di volontariato in cui continua a ricevere e dare dall’azienda e per l’azienda. Quattro anziani Ferrero ci hanno accompagnato nelle due visite, alcuni che anziani non lo erano poi tanto, altri che erano andati in pensione quando non ero ancora nata e ci ricordavano come il lavoro, una volta, fosse duro davvero ma “siamo stati ricompensati dalla Fondazione”.


E arriviamo alla terza riflessione, la Fondazione Ferrero: “Lavorare, Creare, Donare“. Se vi fermate a pensarci, sono tre verbi e tre azioni bellissime, che riassumono il senso della nostra vita (o almeno di gran parte della mia) e il verbo creare accostato a lavorare per una realtà di catena di montaggio ha dietro una notevole visione e coraggio. Mi ha stupito molto pensare come negli ultimi mesi abbia visitato due realtà molto diverse, Technogym e Ferrero, ma con un forte punto in comune nell’attenzione al benessere di chi ci lavora dentro e al territorio. Forse sarà un caso, ma se guardiamo ai loro bilanci possiamo toglierci il cappello e fare un inchino; poi penso al mio territorio, alla miopia di chi ha accumulato senza restituire, di chi, seduto sulla propria fortuna, si è chiuso in un piccolo mondo antico …  Ecco, sarà un caso, ma continuo a rimpiangere gli imprenditori  senza “i cuori a forma di salvadanaio” (cit.)

E’ comprensibile la ragione, ma un vero peccato per tutti, che la fabbrica non sia aperta alle visite se non in casi eccezionali. Da oggi in poi, ogni volta che addenterò “qualcosa di buono” mi fermerò per un secondo a pensare a cosa significa e anche a cosa rende indietro a chi lo ha fatto per me. Non sarà il cioccolatino romantico della piccola pasticceria di Chocolat, ma vi assicuro che l’amore per il territorio e per il prodotto si sente tutto e basta una giornata per capirne perfettamente la ragione.