Archivio per la categoria 'Riflessioni su marketing e web'

Quel giorno in cui ho visto come si fanno i Ferrero Rocher

Ci sono giorni in cui il mio lavoro è particolarmente bello e la scorsa settimana me ne ha regalati almeno un paio. Mercoledì scorso ho visto infatti la fattoria di Jody Scheckter e, beh, lo confesso, mi sono un po’ emozionata ad essere scarrozzata in macchina da un pilota famoso. Ma l’esperienza più forte l’ho avuta nei giorni seguenti, quando ho collaborato all’organizzazione di un evento in Ferrero, con visita alla mostra di Carrà e allo stabilimento.

Per una curiosa e malata di fare come me, vedere un’azienda dal di dentro è sempre una bella esperienza. Poi vengo da una terra di telai, in cui la produzione industriale significa pezze e ho lavorato tanti anni nel metalmeccanico, con gli operai che fanno il lavoro duro dell’immaginario collettivo, verniciano tubi, saldano, avvitano … Vedere una fabbrica di cioccolato dal di dentro è un’altra cosa, è a metà tra Willy Wonka e Tempi Moderni e spesso il senso di stupore è esattamente quello che si ha di fronte al grande schermo.

Ma, processi produttivi a parte, sono tre le riflessioni che porto a casa.

La prima riguarda, come sempre, il cibo. Sostengo da tempo che la maggior parte di noi non capisce (e apprezza) ciò che ingurgita, sia perchè non si rende conto degli ingredienti, sia perchè non si rende conto del lavoro che c’è dietro ad una singola preparazione e chi ama la cucina come me sa perfettamente cosa intendo. Bene, devo ricredermi anche su gran parte della produzione industriale che ho visto la scorsa settimana: produrre un Ferrero Rocher o una barretta Kinder richiede un processo estremamente complesso e l’inventiva che c’è dietro a questi prodotti lascia sbalorditi i creativi dell’impiatto. Uscendo da lì dentro, si pensa a come sia stupefacente che il prezzo riesca ad essere così contenuto, nonostante la complessità industriale e il profumo meraviglioso delle materie prime (cioccolato e nocciole mi sono entrate nel naso!).

La seconda riguarda invece il ruolo degli anziani. In una società che nega la vecchiaia e vive in una menzognera giovinezza eterna, qui c’è la figura dell’anziano Ferrero: non un anziano qualunque, ma un dipendente che ha dedicato almeno 25 anni della sua vita all’azienda. E l’anziano Ferrero non è dimenticato o coccolato come un vecchio rincitrullito in ospizio, al contrario è al centro di una rete di volontariato in cui continua a ricevere e dare dall’azienda e per l’azienda. Quattro anziani Ferrero ci hanno accompagnato nelle due visite, alcuni che anziani non lo erano poi tanto, altri che erano andati in pensione quando non ero ancora nata e ci ricordavano come il lavoro, una volta, fosse duro davvero ma “siamo stati ricompensati dalla Fondazione”.


E arriviamo alla terza riflessione, la Fondazione Ferrero: “Lavorare, Creare, Donare“. Se vi fermate a pensarci, sono tre verbi e tre azioni bellissime, che riassumono il senso della nostra vita (o almeno di gran parte della mia) e il verbo creare accostato a lavorare per una realtà di catena di montaggio ha dietro una notevole visione e coraggio. Mi ha stupito molto pensare come negli ultimi mesi abbia visitato due realtà molto diverse, Technogym e Ferrero, ma con un forte punto in comune nell’attenzione al benessere di chi ci lavora dentro e al territorio. Forse sarà un caso, ma se guardiamo ai loro bilanci possiamo toglierci il cappello e fare un inchino; poi penso al mio territorio, alla miopia di chi ha accumulato senza restituire, di chi, seduto sulla propria fortuna, si è chiuso in un piccolo mondo antico …  Ecco, sarà un caso, ma continuo a rimpiangere gli imprenditori  senza “i cuori a forma di salvadanaio” (cit.)

E’ comprensibile la ragione, ma un vero peccato per tutti, che la fabbrica non sia aperta alle visite se non in casi eccezionali. Da oggi in poi, ogni volta che addenterò “qualcosa di buono” mi fermerò per un secondo a pensare a cosa significa e anche a cosa rende indietro a chi lo ha fatto per me. Non sarà il cioccolatino romantico della piccola pasticceria di Chocolat, ma vi assicuro che l’amore per il territorio e per il prodotto si sente tutto e basta una giornata per capirne perfettamente la ragione.

Live tweet, video virali e un evento: quando il digital diventa adulto

Atterrata ieri sera da una 3 giorni di fuoco ad Hannover, Germania, per seguire con New Holland Agriculture Agritechnica, la più grande fiera di settore europea e una della maggiori a livello mondiale (giusto per darvi un’idea, si cammina almeno mezz’ora per andare da un lato all’altro della fiera….).

Non è il primo live tweet che seguo, ma questo è stato più magico degli altri. Senza piaggeria, è bello lavorare con New Holland Agriculture come cliente sia dal punto di vista umano perché il team è unito, collaborativo e divertente, sia a livello professionale perché si sa di cosa si parla e, se non si sa, si chiede e si impara (dote spesso rara!). Straordinaria l’atmosfera di tutto il team che ci ha lavorato, compresi tutti gli altri fornitori, fotografi, regia, luci, copy, grafici, montatori e sicuramente qualcuno lo dimentico! Dopo la mia emigrazione lavorativa milanese degli ultimi anni, è stato bello tornare a lavorare con quelle eccellenze che a Torino ci sono ancora, magari con nomi poco roboanti e con un understatement tutto sabaudo.

Dicevamo il live tweet: della fiera in generale e soprattutto della conferenza stampa di domenica. Fare il live tweet in questi eventi è sempre divertente perché da un parte i big boss ti guardano senza dire nulla perché forse non hanno colto fino in fondo cosa diavolo stiamo facendo ma capiscono che è qualcosa di potenzialmente interessante; dall’altra ci sono quelli che devono mettere in piedi l’evento e ti scrutano con un po’ di curiosità e fanno mille domande su cosa stai facendo (a cui seguono mille domande mie su quello che stanno facendo loro perché si sa che la curiosità è donna!); e poi ci siamo noi, con la tensione alle stelle perché, anche se ti sei preparata seguire un evento, è stressante: mandare i tweet al momento giusto, sapere che in sala ci sono giornalisti che ti stanno seguendo, ecc. Poi hai bisogno come il pane di conoscere tutti i cambiamenti dell’ultimo minuto ma sai che non puoi rompere le scatole perché anche gli altri la tensione la sentono… Ecco, poi parte il walkin, il primo tweet sull’inizio della press conference è on line e 45 minuti passano in un soffio. Alla fine, come sempre, ce l’abbiamo fatta e comincia la conta delle reazioni. Chi è abituato a misurare i ritorni delle loro azioni in mesi ti guarda un po’ divertito e il team digital si comunica menzioni, retweet e share come se fossero gol dell’Italia ai mondiali.

Sono quei momenti in cui senti che anche la comunicazione digitale è diventata grande, che ha smesso di passare dall’entrata posteriore e che finalmente sta al tavolo con tutti gli altri. Forse non ancora a capotavola, ma c’è.

A questo proposito c’è un’altra iniziativa che mi ha colpito (e giusto per sgomberare il campo da insinuazioni, tutto il plauso va a Francesca e Lorena per averla voluta, scelta, supportata e seguita), cioè questo video:



Nato come iniziativa tutta digital e come campagna di lancio del prodotto sui Social Network, l’idea è piaciuta così tanto che si è deciso di usarlo anche sui led dello stand in fiera. E’ forse una cosa piccola, ma un segno che le idee oggi, finalmente, riescono a superare le vecchie barriere e una buona idea è una buona idea, la si usa su diversi canali perché funziona e non perché l’ha fatta il reparto audiovisual o quello digital. Gli utenti, lo sappiamo, erano già pronti da anni; finalmente cominciano ad esserlo anche alcuni clienti.

Così sono atterrata ieri con un po’ di malinconia per l’evento andato, ma con in tasca il certificato che anche noi del web siamo diventati grandi.

Google+

Ho letto qua e là rumors che oggi Google+ sarà finalmente accessibile a chiunque abbia un account gmail. Benissimo! Senza offesa per le persone nei miei circle, ma ad oggi è un luogo mortalmente noioso :)

Ciò detto, ci giochicchio da una settimana e non sono ancora giunta ad una conclusione; la UI è molto ben disegnata e lo spaesamento iniziale è durato poco, mentre mi ricordo che con Facebook all’inizio mi sentivo davvero persa. Certo, è anche vero che le interfacce sono talmente simili…

Come dicevo poco sopra, è troppo poco frequentato per poter essere davvero divertente: le persone nei miei circle sono sono un’infinitesima parte di quelle che seguo su Twitter o Facebook, perciò non c’è un grande incentivo ad abbandonare la via vecchia per la nuova. L’unica funzione che trovo veramente comodissima è il +1 sulla SERP di Google attraverso la quale è possibile da un lato salvarsi i link (ricorda qualcosa… come si chiamava?… Ah sì, Delicious) dall’altro segnalare le prorie preferenze a BigG. SEO di tutto il mondo cominciate a tremare…

Detto questo non condivido nemmeno l’opinione dei detrattori (che magari su Google+ non compaiono nemmeno ;) ) che pensano che anche Google+ fallirà come Google Buzz o Google Wave. Ha tutte le carte in regola per soppiantare Facebook, ma solo quando integrerà veramente tutti i prodotti; ad esempio,sarebbe utile poter importare il proprio Google Calendar, vedere i +1 sulla SERP direttamente nello stream, poter visualizzare e condividere file di Google Docs e magari riprendere alcune delle funzione di collaborazione che erano alla base di Google Wave. Da quanto si sa, sono previste sempre maggiori integrazioni tra i vari prodotti Google+ e forse questa integrazione sarà la vera killing app che potrà farci scegliere per Google+ al posto di Facebook.

A quel punto buona parte della nostra vita digitale sarà nelle mani di BigG; è un po’ in quietante pensarlo, ma credo sia una tendenza ben visibile e, secondo me, piuttosto simile nel concetto a iCloud di Apple, sebbene quello sia pensato perevalentemente come sincronizzazione di hardware o nella, IMHO, inevitabile discesa di Facebook nel campo della search, magari accanto a Bing viste le ultime integrazioni. E tra questi walled garden che si stanno creando nel web, al momento quello di Mountain View mi sembra ancora il più aperto.

La famigerata puntata di Report

Approfitto di una sera tranquilla a casa senza TV e finalmente riesco a rivedere la puntata di Report. Non capisco tutto l’allarmismo creato in rete e tutte le critiche. Raccontano, che ci piaccia o no, le cose come stanno. Allarmismo? Forse. Siamo davvero eterodiretti? Credo che questo dipenda da noi.

Report ci ha messo davvero davanti ai pericoli della rete, non nascondiamoci dietro ad un dito, sono reali. La chiave, credo, sia solo di usare il cervello e di educare i nostri figli, per chi ne ha, alla condivisione intelligente.

Ha ragione quella simpatica nonnina quando dice che l’oratorio era il Facebook di una volta; ora con il villaggio globale i fatti tuoi non li saprà solo il paesiello ma tutto il mondo. A maggior ragione è importante avere rispetto per le proprie e le informazioni altrui quando si condivide.

Oggi sono Facebook e Google, domani chissà. Ma per come la vedo io, l’unica alternativa è impugnare la vanga, quella che spacca la schiena e fa venire le vesciche alle mani, non quella virtuale di Farmville.

Il caso di Patrizia Pepe: solo cattivo community management?

Il caso di Patrizia Pepe rimbalza in rete da un paio di giorni, additato come ennesimo esempio di cattivo social media management. Trovate un ottimo riassunto su Ninja Marketing a Vincos.

Ovviamente tutto condivisibile e concordo pienamente nella gestione della crisi fatta in modo isterico, bellissima la provocazione di Mirko sull’anti-social media management, ma secondo me abbiamo un po’ perso il punto e il paragone con quello che accade in politica a me sorge abbastanza spontaneo: abbiamo smesso di indignarci.

IMHO il punto lo ha colto bene Natanata25 in un commento al post di Vincenzo: il problema non è (solo) la risposta isterica, ma è la sostanza stessa della risposta. Dal momento che quella modella non è anoressica ma magra per alchimie del DNA (e va bene, crediamoci), non dobbiamo rompere le scatole e chi se ne frega se questo è un pessimo modello aspirazionale per tutte quelle che un vestito così non se lo potranno mai mettere.

Ora, qualche maligno potrebbe obiettare che la mia sia pura invidia e magari un po’ lo è pure (probabilmente dovrei cucire insieme 3 abiti del genere per entrarci), ma quando consigliamo ai nostri clienti una strategia social, quello che stiamo raccomandando loro non è solo di avere un buon community manager che monitori e possa rispondere agli utenti in modo educato, ma chiediamo all’azienda di abbracciare una visione diversa del ruolo dei Brand, che si apra all’esterno non solo nel senso di pubblicare notizie su una pagina Facebook e ringraziare per i commenti.

Chiamatemi sognatrice, chiamatemi utopista, ma, al di là dei toni, dire che si scelgono modelle taglia 36 perché a loro gli abiti stanno bene addosso è una totale mancanza di responsabilità sociale. E poco importano le scuse dell’ufficio PR o il cambio di strategia nel community management. Ci interessa davvero essere fan di un’azienda che crede che gli abiti stiano bene solo addosso ai grissini? Vogliamo davvero instaurare una relazione con un’azienda che promuove esplicitamente la magrezza estrema come canone di bellezza, al di là del commento infelice su Facebook? Ci accontentiamo davvero di così poco per stabilire una relazione?

Forse Patrizia Pepe non doveva semplicemente aprire una pagina Facebook; certo, sarebbe stata criticata altrove, ma almeno ci avrebbe risparmiato la supponenza di dirsi aperta alla relazione. Mi ricorda molto quelle imprese che vogliono aprirsi al green perché fa molto cool e poi negli uffici hanno le piante di plastica. Ecco meglio non mettere le piante di plastica o meglio non fare green marketing? Forse sarebbe meglio aprirsi al nuovo millennio davvero, ma per questo, si sa, ci va molto coraggio.