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Live tweet, video virali e un evento: quando il digital diventa adulto

Atterrata ieri sera da una 3 giorni di fuoco ad Hannover, Germania, per seguire con New Holland Agriculture Agritechnica, la più grande fiera di settore europea e una della maggiori a livello mondiale (giusto per darvi un’idea, si cammina almeno mezz’ora per andare da un lato all’altro della fiera….).

Non è il primo live tweet che seguo, ma questo è stato più magico degli altri. Senza piaggeria, è bello lavorare con New Holland Agriculture come cliente sia dal punto di vista umano perché il team è unito, collaborativo e divertente, sia a livello professionale perché si sa di cosa si parla e, se non si sa, si chiede e si impara (dote spesso rara!). Straordinaria l’atmosfera di tutto il team che ci ha lavorato, compresi tutti gli altri fornitori, fotografi, regia, luci, copy, grafici, montatori e sicuramente qualcuno lo dimentico! Dopo la mia emigrazione lavorativa milanese degli ultimi anni, è stato bello tornare a lavorare con quelle eccellenze che a Torino ci sono ancora, magari con nomi poco roboanti e con un understatement tutto sabaudo.

Dicevamo il live tweet: della fiera in generale e soprattutto della conferenza stampa di domenica. Fare il live tweet in questi eventi è sempre divertente perché da un parte i big boss ti guardano senza dire nulla perché forse non hanno colto fino in fondo cosa diavolo stiamo facendo ma capiscono che è qualcosa di potenzialmente interessante; dall’altra ci sono quelli che devono mettere in piedi l’evento e ti scrutano con un po’ di curiosità e fanno mille domande su cosa stai facendo (a cui seguono mille domande mie su quello che stanno facendo loro perché si sa che la curiosità è donna!); e poi ci siamo noi, con la tensione alle stelle perché, anche se ti sei preparata seguire un evento, è stressante: mandare i tweet al momento giusto, sapere che in sala ci sono giornalisti che ti stanno seguendo, ecc. Poi hai bisogno come il pane di conoscere tutti i cambiamenti dell’ultimo minuto ma sai che non puoi rompere le scatole perché anche gli altri la tensione la sentono… Ecco, poi parte il walkin, il primo tweet sull’inizio della press conference è on line e 45 minuti passano in un soffio. Alla fine, come sempre, ce l’abbiamo fatta e comincia la conta delle reazioni. Chi è abituato a misurare i ritorni delle loro azioni in mesi ti guarda un po’ divertito e il team digital si comunica menzioni, retweet e share come se fossero gol dell’Italia ai mondiali.

Sono quei momenti in cui senti che anche la comunicazione digitale è diventata grande, che ha smesso di passare dall’entrata posteriore e che finalmente sta al tavolo con tutti gli altri. Forse non ancora a capotavola, ma c’è.

A questo proposito c’è un’altra iniziativa che mi ha colpito (e giusto per sgomberare il campo da insinuazioni, tutto il plauso va a Francesca e Lorena per averla voluta, scelta, supportata e seguita), cioè questo video:



Nato come iniziativa tutta digital e come campagna di lancio del prodotto sui Social Network, l’idea è piaciuta così tanto che si è deciso di usarlo anche sui led dello stand in fiera. E’ forse una cosa piccola, ma un segno che le idee oggi, finalmente, riescono a superare le vecchie barriere e una buona idea è una buona idea, la si usa su diversi canali perché funziona e non perché l’ha fatta il reparto audiovisual o quello digital. Gli utenti, lo sappiamo, erano già pronti da anni; finalmente cominciano ad esserlo anche alcuni clienti.

Così sono atterrata ieri con un po’ di malinconia per l’evento andato, ma con in tasca il certificato che anche noi del web siamo diventati grandi.

Il Web è morto. Lunga vita a Internet.

Ormai è notizia vecchia il doppio articolo di Chris Anderson e Michael Wolff  su Wired US sulla morte del Web. Provo ad aggiungere la mia riflessione.

Non commento oltre sul grafico di Cisco che gli autori avrebbero preso come dimostrazione della loro tesi, hanno già detto altri meglio di me (si veda Boing Boing e il sempre inappuntabile Vincos). Da leggere anche l’intervento di Granieri; concordo in pieno con la sua conclusione che uno strillo forte serve a far parlare di temi complessi (e bellissima la sua chiusura sui romanzi!)

Partiamo dalla riflessione di Wolff: Google prima e Facebook poi egemonizzano il Web; dall’altro la pubblicità on line non funziona perchè non è remunerativa per gli editori e perchè poco efficace per gli inserzionisti. In questa situazione si inserisce un signore chiamato Steve Jobs:

Mentre Google può aver controllato il traffico e le vendite, Apple controlla il contenuto stesso. In realtà, mantiene il diritto di approvazione ultima sulle applicazioni di terze parti. Apple controlla il look and feel e l’esperienza. E, cosa ancora più importante, controlla sia il sistema di distribuzione del contenuto (iTunes) e i device (iPod, iPhone e iPad) attraverso cui si fruisce del contenuto. (traduzione mia)

Di fatto, attraverso il mondo chiuso delle App, si ritorna alla logica dei vecchi media.

Un po’ diverso invece il ragionamento di Chris Anderson, anche se le conclusioni sono simili. Anderson sembra credere nell’affermarzione di un modello mainstream di Internet, in cui la logica non è più pull ma push, dove l’utente va a cercare le App perché più comode e più semplici. Non sarà sfuggito che questo è in palese contraddizione con la sua teoria della coda lunga, anche se a me sembra prematuro mandarla in pensione; quando poi dice che gli utenti di Internet sono disposti a pagare per quello che ci piace on line e per l’esperienza resa più semplice e comoda, è anche in contraddizione con il suo ultimo libro Free (è da un paio di mesi che cerco il tempo di recensirlo, spero di farcela prima delle vacanze ndb). Comunque, cambiare idea è lecito, ma, per dirla come Nereo, qualche dubbio mi permetto di averlo anche di fronte al mostro sacro.

Primo, Chris Anderson è fermamente convinto nella validità del modello economico neoclassico e parla del Web come di una qualsiasi tecnologia che conosce il ciclo shumpeteriano dell’invenzione, propagazione, adozione e controllo; questo è vero in parte, perché l’economia della conoscenza mette in crisi il modello neoclassico, è molto più vicina all’economia pubblica che ai concetti di oligopolio o monopolio usati per ferrovie, elettricità o telco.

Il secondo punto, mai citato in nessuno dei due articoli, è il problema della standardizzazione delle piattaforme chiuse; a meno di ritenere che Apple abbia ormai una posizione di oligopolio tale da poter dettare le regole, credo che nei prossimi anni si vedranno ancora battaglie su questo punto e alla situazione attuale ho forti dubbi che tutti i contenuti commerciali possano passare su piattaforme così varie come oggi.

Il terzo e ultimo punto che secondo me in parte manca (o forse sorvola) è quello di ritenere il Web solo come un fenomeno di innovazione economica e non sociale: come dire che l’invenzione della stampa a caratteri mobili ha prodotto il mercato dell’editoria libraria e non ben altro! In realtà su questo punto sul finale Anderson si riprende:

Il Web completamente aperto della peer production, il Web chiamato generativo dove ciascuno è libero di creare ciò che vuole, continua a prosperare, guidato da incentivi non monetari di espressione, attenzione, reputazione e passione. Ma la nozione del Web come l’ultimo marketplace per i contenuti digitali è ora in dubbio. (traduzione mia)

Quest’ultimo punto credo di essere in parte d’accordo, ma la domanda che si pone è allora se possa esistere un Web totalmente epurato (o depurato) da contenuti con fini commerciali oppure se dobbiamo affidarci a un iMiracle! Per quel che mi riguarda, le applicazioni che preferisco, per ora sono proprio queste…

Il Flash mob secondo il mainstream

Uno dei vantaggi di stare in convalescenza nel mese di Agosto per me è quello di poter vedere in TV un sacco di cose che altrimenti non passerebbero mai, dai reportage di Rai 3 a un bel po’ di film che mi sono persa nell’unico cinema d’essay della metropoli in cui vivo (domenica ho visto Il giardino dei Limoni e sono ancora arrabbiata adesso).

Sabato sera in seconda o terza serata, TG2 Dossier ha trasmesso un documentario sul Flash mob e non ce l’ho fatta a spingermi a dormire, l’ho guardato proprio tutto e non sono d’accordo quasi su nulla.

Al minuto 25 si cita la definizione data da Wikipedia; ovviamente non lo si dice, se copia la rete è violazione del copyright, se copia la TV è solo violazione del Creative Commons… Fa sorridere anche che nella citazione di Wikipedia, si ometta queste punto

anche a Firenze si sono tenuti vari flash mob a sfondo politico come la lettura all’unisono del nono articolo della Costituzione contro la legge 133

In ogni caso, non sono d’accordo nemmeno con la definizione di Wikipedia, che infatti non ha fonti. Dire che il Flash mob è una riunione spontanea senza scopi mi sembra riduttivo; forse il primo Flash mob organizzato da Bill non aveva scopi ed era un puro esperimento, ma da quel momento i Flash mob sono stati usati moltissimo dagli ecologisti, dalle opposizioni soprattutto in regimi autoritari (ricordo un bell’articolo di Wired ma non riesco a ritrovarlo… se lo avete sotto mano segnalate nei commenti please) e soprattutto nella pubblicità.

Dire che stanno cominciando a usarlo anche i pubblicitari mi sembra ridicolo! A mia memoria il primo Flash mob in Italia è stato quello di Eastpack nel 2005

e ne sono seguiti moltissimi (basta una veloce ricerca su You Tube per rendersene conto, ma solo come esempio si veda quello di Tim e quello di Nokia). Mi stupisce un po’ l’affermazione che le battaglie di cuscini non possano essere considerate un Flash mob; non sono un’esperta in questo campo e può essere; a quel che ne so, le battaglie di cuscini creano problemi legali per la sporcizia che lasciano, ma non vedo altre implicazioni ideologiche per cui non debbano essere considerate un Flash mob.

Insomma, il Flash mob, a torto o ragione, è entrato nel paniere di strumenti che i persuasori occulti usano; piuttosto si potrebbe obiettare come l’uso di Flash mob per scopi pubblicitari abbia tolto genuinità e credibilità a questo strumento e come alcune delle regole non scritte dei Flash mob duri e puri vengano violate, ma diciamocelo, anche se non sono “integri” come i Flash mob senza scopo alcuno, sono sempre divertenti e creano qualche minuto di intrattenimento e stupore puro; se poi qualche Brand ci ha speso dietro qualche migliaio di Euro… va bene, ma chi se ne importa se riesce e, soprattutto, se è dichiarato e visibile?

L’antropologo non lo si può ascoltare, ancora questa dicotomia tra realtà virtuale e mondo reale! Come dire: se io chiamo un’amica e le dico “OK, ci vediamo domani per un aperitivo alle ore 20 all’enoteca XY” sto vivendo nella realtà virtuale che rompo per un’immersione nel mondo vero quando mi siedo e l’aperitivo con l’amica lo bevo… E poi mi sembra che gli esperti chiamati in causa manchino totalmente il punto: il Flash mob si sviluppa con il Web 2.0 o con il Social Web non perché sia più semplice l’organizzazione (per questo bastvano gli SMS), ma perché è possibile amplificare l’happening sfruttando i meccanismi virali del video del Flash mob stesso.

Fa uno strano effetto vedere i video di YT sul piccolo schermo, la qualità fa pena, a me fa ridere un po’… Comunque, nel tentativo di montare il video in modo che sembrasse giovane e veloce, a me fa venire la nausea! La documentazione e la scelta dei vari Flash mob però è buona, credo che il servizio abbia fornito una panoramica interessante a chi non sapeva che cosa un Flash mob fosse. Insomma, un po’ lacunoso, mancano le citazioni delle fonti… Non capisco se sia semplicemente molto ingenuo oppure voglia dipingere la rete come un luogo in cui si fanno esperimenti un po’ così, in cui non si sa bene dove si sta andando ma l’importante è rompere gli schemi. Accusatemi pure di dietrologia, ma penso sia più la seconda.

Ancora il sogno dei dinosauri

Ci sono delle strane coincidenze a volte nel sovrapporsi degli eventi e delle notizie: giovedì Lawrence Lessing interviene alla Camera, oggi esce un documento sullo stato della censura in Rete. Intendiamoci, i due eventi non sono per nulla connessi, se non nella linea del tutto arbitraria che vi ho tracciato, ma è un po’ quello che in pubblicità potrebbe essere definito rumore, ovvero un accostamento di due spot o cartelloni o pubblicità stampa che fanno sì che l’effetto persuasivo di uno sia disturbato dall’altro.
Lessing merita di essere ascoltato per intero; lo trovate qui in traduzione e qui nella versione originale, in cui non si vede Lessing ma la sua presentazione, il che è molto più efficace.
Ecco, qui il primo sassolino dalla scarpa vorrei togliermelo: oltre ad essere fastidiosa e di dubbia qualità, la traduzione simultanea di Lessing è, ipso facto, vergognosa. La nostra classe dirigente non è in grado di seguire un intervento in lingua inglese; ok, direte voi, magari non è così, c’era la traduzione come si usa in tutti i convegni ma tutti ascoltavano la versione inglese. Ho dei seri dubbi: Lessing fa una battuta a proposito di Hilary Clinton giocando su bill (conto) e Bill (il marito); pochissime risate. Ripeto: la nostra classe dirigente non è in grado di seguire un convegno in inglese, nonostante Lessing parli in modo molto chiaro e comprensibile.
Non solo la nostra classe dirigente non è in grado di seguire un intervento in lingua inglese: è convinta che anche il resto del Paese non sia in grado di farlo, per cui il video della Camera è obbligatoriamente doppiato (meno male che via Funky Professor ho trovato la versione originale!!).
Infine, in un convegno in cui si parla di trasparenza e di Internet come strumento di libertà, fa un effetto ilare vedere che la Camera ha una propria web TV dedicata e non un canale su You Tube… Presidente, quando dice, con tutto il  mio plauso, che la politica non deve “rimanere prigioniera di una visione di Internet vecchia” ha ragione e proprio perché ce l’ha parta dalla web TV della Camera!
Ma torniamo a noi; Internet è liberta, nessuno può dissentire.
Oggi esce un documento sullo stato della libertà di espressione in rete (o della censura se preferite), di cui consiglio la bellissima sintesi su Il Nichilista. L’Italia non è citata; non stupisce vedere citati paesi come la Cina, la Brimania, l’Iran, Cuba, un po’ tutte le ex Repubbliche sovietiche, i soliti cattivi insomma. Purtroppo non stupisce troppo nemmeno di vedere citata la Turchia, basta pensare all’annosa situazione del Kurdistan per capire che non se la devono passare troppo bene in quanto a libertà di espressione.
Ma poi vedo citata anche l’Australia: con la motivazione di combattere la pornografia, orribile male e flagello delle società occidentali, tanto che proporrei di chiudere tutte le edicole, si può chiudere un sito previa segnalazione all’Authority, senza passare dal sistema giudiziario. Mi ricorda qualcosa…
L’Australia. Il Paese con un tasso di disoccupazione bassissimo. Il Paese con un alto tenore di vita. Il Paese in cui tutti vorremmo emigrare.
Ora, si può pensare quello che si vuole della rete, della pornografia, della sicurezza, della privacy, spaccarsi sull’efficacia di qualunque provvedimento, ecc.
Ma Lessing fa un passaggio fondamentale nel suo intervento: noi facciamo le leggi per noi (e già qui ci sarebbe da dissentire, se pensiamo all’età di Lessing e a quella della nostra classe politica; diciamo che da noi i dinosauri non si sono ancora estinti), comunque, noi facciamo le leggi per noi, spesso contro la generazione Y, ma noi non li batteremo perché è una legge di natura; ma, dice Lessing, per cosa ci ricorderanno?
Io un’idea di come verrà raccontato questo decennio nei libri di storia me la sono fatta e mi immagino vecchia come le mie nonne che, come hanno fatto con me le mie nonne, racconterò ai miei nipotini di come una follia collettiva ci aveva pervaso dopo l’11 Settembre e di come la parola sicurezza stia a questo decennio come la parola patria alla prima metà del secolo scorso.
Ah, intanto gli incentivi alla banda larga sono stati stanziati, ma grazie a questi incentivi alla generazione Y oltre ad una velocissima connessione potremo regalare anche il motorino… Vi consiglio di leggere il post di Nereo.
Buona settimana a tutti.

Ci sono delle strane coincidenze a volte nel sovrapporsi degli eventi e delle notizie: giovedì Lawrence Lessig interviene alla Camera, oggi Reporter Sans Frontieres pubblica un documento sullo stato della censura in Rete. Intendiamoci, i due eventi non sono per nulla connessi, se non nella linea del tutto arbitraria che ho tracciato, ma è un po’ quello che in pubblicità potrebbe essere definito rumore, ovvero un accostamento di due spot o cartelloni che fanno sì che l’effetto persuasivo di uno sia disturbato dall’altro.

Lessing merita di essere ascoltato per intero; lo trovate qui in traduzione e qui nella versione originale, in cui non si vede Lessig ma la sua presentazione, il che è molto più efficace.

Ecco, il primo sassolino dalla scarpa vorrei togliermelo: oltre ad essere fastidiosa e di dubbia qualità, la traduzione simultanea di Lessing è, ipso facto, vergognosa. La nostra classe dirigente non è in grado di seguire un intervento in lingua inglese; ok, direte voi, magari non è così, c’era la traduzione come si usa in tutti i convegni ma tutti ascoltavano la versione inglese. Ho dei seri dubbi: Lessig fa una battuta a proposito di Hilary Clinton giocando su bill (conto) e Bill (il marito); pochissime risate. Ripeto: la nostra classe dirigente non è in grado di seguire un convegno in inglese, nonostante Lessig parli in modo molto chiaro e comprensibile.

Non solo la nostra classe dirigente non è in grado di seguire un intervento in lingua inglese: è convinta che anche il resto del Paese non sia in grado di farlo, per cui il video della Camera è obbligatoriamente doppiato (meno male che via Funky Professor ho trovato la versione originale!!).

Infine, in un convegno in cui si parla di trasparenza e di Internet come strumento di libertà, fa un effetto ilare vedere che la Camera ha una propria web TV dedicata e non un canale su You Tube… Presidente, quando dice, con tutto il  mio plauso, che la politica non deve “rimanere prigioniera di una visione di Internet vecchia” ha ragione e proprio perché ce l’ha parta dalla web TV della Camera!

Ma torniamo a noi; Internet è liberta, nessuno può dissentire.

Oggi esce un documento sullo stato della libertà di espressione in rete (o della censura se preferite), di cui consiglio la bellissima sintesi su Il Nichilista. L’Italia non è citata; non stupisce vedere nella lista paesi come la Cina, la Brimania, l’Iran, Cuba, un po’ tutte le ex Repubbliche sovietiche, i soliti cattivi insomma. Purtroppo non stupisce troppo nemmeno di vedere citata la Turchia, basta pensare all’annosa situazione del Kurdistan per capire che non se la devono passare troppo bene in quanto a libertà di espressione.

Ma poi vedo citata anche l’Australia: con la motivazione di combattere la pornografia, orribile male e flagello delle società occidentali, tanto che proporrei di chiudere tutte le edicole, si può chiudere un sito previa segnalazione all’Authority, senza passare dal sistema giudiziario. Mi ricorda qualcosa… L’Australia. Il Paese con un tasso di disoccupazione bassissimo. Il Paese con un alto tenore di vita. Il Paese in cui tutti vorremmo emigrare.

Ora, si può pensare quello che si vuole della rete, della pornografia, della sicurezza, della privacy, spaccarsi sull’efficacia di qualunque provvedimento, ecc. Ma Lessing fa un passaggio fondamentale nel suo intervento: noi facciamo le leggi per noi (e già qui ci sarebbe da dissentire, se pensiamo all’età di Lessing e a quella della nostra classe politica; diciamo che da noi i dinosauri non si sono ancora estinti), comunque, noi facciamo le leggi per noi, spesso contro la generazione Y, ma noi non li batteremo perché è una legge di natura; ma, dice Lessing, per cosa ci ricorderanno?

Io un’idea di come verrà raccontato questo decennio nei libri di storia me la sono fatta e mi immagino vecchia come le mie nonne che, come hanno fatto con me le mie nonne, racconterò ai miei nipotini di come una follia collettiva ci aveva pervaso dopo l’11 Settembre e di come la parola sicurezza stia a questo decennio come la parola patria alla prima metà del secolo scorso.

Ah, intanto gli incentivi alla banda larga sono stati stanziati, ma grazie a questi incentivi alla generazione Y oltre ad una velocissima connessione potremo regalare anche il motorino… Vi consiglio di leggere il post di Nereo.

Buona settimana a tutti.

Il discorso di Hilary Clinton sulla censura: la politica che gestisce il cambiamento

Ieri il Segretario di Stato USA Hilary Clinton ha tenuto un discorso sulle tecnologie dell’informazione, la libertà di espressione e la censura.

L’ho acoltato tutto, questa mattina, qui. Non volevo farmi deviare da articolo o commenti, da un entusiasmo troppo facile o un anti-americanismo un po’ populista. Il mio parere: bello! bello! bello!

Come prima cosa, continuo a stupirmi della capacità di eloquenza americana, a come riescano a costruire discorsi bellissimi e perfetti, a usare lo story telling per catturare l’attenzione e colpirti con un’emozione… Sono dei maestri indiscussi; il discorso aveva i giusti toni, le fughe in avanti e le rassicurazioni ai più conservatori, parlava di libertà di espressione e di libertà religiosa, mischiava ironia e toni patetici. Grandiosi davvero.

Ma al di là della forma perfetta, il contenuto arrivava forte e chiaro. A mio parere sono 5 i punti importanti che la Clinton ha toccato:

1) le reti di informazione hanno plasmato il mondo e determineranno quello che sarà; se la tecnologia di per sè non sta con i buoni o con i cattivi, la politica (cioè gli USA) una parte devono prenderla e la loro posizione è quella di una sola Internet libera. La Clinton ne parla subito nei primi minuti del suo discorso, per poi tornarci nella conclusione sostenendo che questo è un problema di come vogliamo che sia il mondo di domani: con una sola rete che garantisce accesso alle informazioni e alla conoscenza oppure un insieme frammentato di reti in cui le conoscenze non sono condivise. Avverte la Clinton che storicamente i conflitti nascono proprio dalle asimmetrie informative, quindi il sostegno a una sola rete di informazione è un sostegno alla pace e al benessere eonomico.

2) la rete può essere uno strumento meraviglio oppure può essere usata per intenti criminali: combattere chi la utilizza per scopi illeciti deve essere una priorità transnazionale, ma non può essere una scusa per reprimere o violare la privacy degli individui

3) la storia ha già condannato e sconfitto le pratiche censorie, come ricorda il Muro di Berlino, ma oggi ci sono Stati che erigono muri elettronici non visibili. La censura e gli attacchi verso gli oppositori sono violazioni dei diritti umani e come tali condannati dagli USA. Se il Muro di Berlino, simbolo di divisione, è stato il simbolo di un’epoca, Internet è un simbolo di connessione ed è il simbolo di questi anni. La Clinton non le manda a dire, cita esplicitamente i Paesi che mettono in atto pratiche censorie: Cina, Iran, Uzbekistan, Egitto, Tunisia, Vietnam, Corea del Sud, Arabia Saudita, Moldavia… spero di averli trascritti tutti. Ci sono nemici storici e alleati storici nell’elenco. Un punto del discorso è fondamentale: gli USA hanno un responsabilità nel vedere le tecnologie della comunciazione usate per il bene dal momento che proprio in USA sono nate e daranno un supporto economico allo sviluppo di quelle tecnologie che permettono una maggiore libertà di espressione e il superamento dei vincoli censori.

4) Internet è anche un motore di sviluppo economico e un equalizzatore sociale che può permettere la crescita di Paesi in via di sviluppo: la libera informazione non va vista solo come un valore astratto ma ha tangibili e brevi effetti. Ma i vantaggi non sono solo per i Paesi emergenti, la fiducia e la trasparenza sono piuttosto la base su cui si costruiscono le relazioni internazionali anche dal punto di vista economico. Per questo devono essere messe in atto soluzioni diplomatiche che rafforzino la global cyber security. Poco oltre la Clinton fa un esplicito riferimento all’attacco subito da Google e invita il governo cinese a fare un’approfondita indagine e a essere trasparenti sui risultati di questa indagine. Non chiude ovviamente la porta, ma è molto chiara: le nostre relazioni con la Cina sono positive ma continueremo candidamente a sostenere il nostro punto di vista.

5) le aziende non sono estranee a queste reponsabilità. Se una maggiore trasparenza e circolazione delle informazioni va anche a loro vantaggio, così come il rafforzamento della global cyber security per proteggerle da furti di proprietà intellettuale, allo stesso tempo nessuna azienda USA deve accettare la censura, ma dovrebbe fare della libertà un valore etico fondante della cultura di impresa. Così come il governo americano avrà un ruolo attivo, anche le aziende devono considerare cosa è giusto e non il profitto immediato.

Con un pragmatismo tutto americano – che supera le ideologie e forse per questo fa vincere le idee – chiosa con una frase bellissima, prima di riprendere l’esempio iniziale di una bambina salvata a Haiti grazie a un SMS.

I believe it is the right thing to do, but I believe it is also the smart thing to do

Hilary Clinton ha la consapevolezza – IMHO – di fare un discorso storico e non a caso cita due volte Eleanor Roosevelt. E’ sicuramente un discorso di politica estera ed è un discorso ai cittadini che hanno votato questo Presidente, ricordando loro ill perchè di questa scelta (più volte la figura di Obama è citata e con una splendida ironia anche la sua campagna elettorale vincente). Ma è soprattutto un discorso sul cambiamento e su come la politica debba affrontarlo, prendendo posizione e plasmanolo dove può.

Mentre è chiaro che la diffusione di queste tenologie sta trasformando il mondo, non è ancora chiaro quali effetti questo cambiamento avrà sui diritti umani  e sul benessere delle popolazioni (…)

Noi siamo per una sola Internet in cui tutta l’umanità abbia uguale accesso alla conoscenza e alle idee e siamo consapevoli che le infrastrutture mondiali diventeranno ciò che noi e gli altri faremo di esse

Allora penso alle leggi e leggiucole che occupano 2/3 dei nostri TG, alla barbarie con cui ci l’Italia affronta l’immigrazione, a un Ministro che in campagna elettorale dice di non volere una società multiculturale (e non riesco più a riderne). Durante il discorso della Clinton mi sono commossa quando parlava di Haiti. Noi non abbiamo macerie in strada, ma l’immobilismo e l’incapacità di gestire il cambiamento mi fanno venire le lacrime agli occhi. E peccato che la sinistra, alla ricerca affannosa di un’identità ormai costruita per difetto, non si accorga di avere sotto il naso una grandissima possibilità di ridefinizione di se stessa.