Archivio per la categoria 'Internet e società'

Copyright e valore per l’utente

Non sono un’esperta del tema del copyright, così importante in molti dibattiti, e fatico a formarmi un’idea precisa su pirateria on line, copyright e creative commons. Ovviamente ho una mia sensibillità, ma è più una sensazione di pancia che motivata razionalmente e fattualmente. Nelle ultime settimane però alcune conversazioni mi hanno indotto a riflettere su un tema che mi è particolarmente caro, quello del valore per gli utenti abbinato al diritto di copyright.

Al convegno della Bocconi è intervenuto Marco Pratellesi, di corriere.it, che ha posto con molto equilibrio il problema del copyright in termini di profittabilità per i produttori di contenuti in un mondo in cui tutto è riproducibile a costo nullo. Quello stesso giorno un amico mi raccontava di come percepisca l’8% di diritti sul libro che ha scritto, diviso ovviamente con gli altri autori. Negli stessi giorni era in corso una discussione su Anobii sul Kindle e ci chiedevamo quale sarebbe stato il futuro dei libri; una delle provocazioni che ho lanciato è stata sulla disintermediazione: sono ancora necessari gli editori nel momento in cui i libri elettronici possono essere pubblicati senza costi? La risposta pressochè unanime è stata che certo, gli editori saranno necessari perchè altrimenti la maggior parte dei libri sarebbe illeggibile senza un buon editor alla base.
Già, esattamente come accade nella musica, dove le grandi major non hanno (o non dovrebbero avere) solo compiti di marketing, ma anche di arrangiamento e prooduzione. Eppure alla prima occasione piratiamo, il che mi fa credere che alla prima occasione pirateremo anche gli ebook.

Dall’altra c’è un accanimento che in certi casi sfiora il ridicolo nella pretesa di difendere il copyright, per cui ad esempio su Wikipedia non possono apparire fotografie di opere d’arte conservate in musei italiani. Mi sembra che da una certa parte delle insustrie di entertainement ci sia prima di tutto una volontà utopica di fermare la pirateria negando il problema alla radice, ovvero che grazie al digitale i contenuti sono tutti riproducibili; mi sembrano un po’ i luddisti che distruggono le macchine che rubano lavoro! Nello stesso tempo si affronta il tema del copyright senza una reale apertura, quasi che il copyright fosse una legge divina intoccabile e non un prodotto storico che crea una scarsità artificiale in modo da retribuire autori ed editori.

Tuttavia, le discussioni di cui sopra mi spingono sempre più a incentrare tutto su un’unica parola: VALORE. Prendiamo iTunes: la musica digitale smette di essere piratata per essere venduta legalmente, anche se ad un prezzo inferiore; si compra su iTunes invece di scaricare illegalmente perchè offre un servizio a cui diamo valore: troviamo molta musica, è semplice da scaricare, possiamo compilare playlist, ricevere consigli in base ai nostri gusti e ascolti e caricare i brani sull’iPod. Leggiamo quotidiani e periodici perchè riteniamo che l’informazione abbia un valore diverso da quello di servizi di giornalismo diffuso, ritenndo che una penna autorevole possa scrivere un pezzo più interessante del nostro vcino di casa; nello stesso tempo leggiamo anche pezzi di non professionisti riconoscendo un valore diverso di immeditezza e localismo ad esempio. Andiamo al cinema anche se il film è dispponibile illegalmente in rete perchè riconosciamo il valore di una visione sul grande schermo, con il dolby surround, nel buoi e silenzio di una sala (OK, forse soprattutto perchè ho una TV 14” ;-) ). Il valore è anche quello che va riconosciuto agli autori per il loro contributo intellettuale, mentre troppo spesso si cerca di creare valore artificialmente più con operazioni massicce di broadcasting (pensiamo alle boy band degli anni ‘90 oppure a certi romanzacci da quattro soldi che diventano il must dell’estate)

Forse non è un caso che la parola valore derivi dal latino valère e significhi prima di tutto essere forte e avere merito e solo dopo significa prezzo. Come ci ha detto merivogliasemnte Weinberger in un suo pezzo.

Copyright infringement

Cambiamenti dal basso

Il discorso del Presidente Obama al popolo iraniano è ormai quasi storia. Non ci stupisce l’uso di Internet e di You Tube, non ci stupisce il rivolgersi direttamente “to the people and leaders of Islamic Republic of Iran”.

Il Presidente degli Stati Uniti invia un messaggio innovativo non solo perchè apre all’Iran (e su questo lascio la parola a commentatori più esperti), ma lo fa non in una situazione ufficiale, da una conferenza o da un incontro con autorità del mondo islamico; si riovlge al popolo in un mutuo riconoscimento della propria grandeza e dignità. Insomma, forse non ce lo potevamo aspettare, ma sicuramente è una gradita sorpresa.

Ho sentito commentatori dire che la politica estera di Obama è diversa da quella di Bush perchè Obama cerca il consenso. Ecco, cadiamo di nuovo nelle vecchie logiche. Anche Bush cercava il consenso con la sua politica della paura, ma Obama adotta un nuovo paradigma: non cerca il consenso, ma la collaborazione, non è un fare in alto per cercare il consenso in basso, ma un fare insieme, “yes we can”; infatti si rivolge prima che ai leader al popolo.

Secondo me vecchio è il commento di chi giudica questo discorso al popolo iraniano inutile, perchè non ripreso dalle TV iraniane e a causa della censura su Internet visto da pochi. Forse. Ma pochi l’hanno visto; se Obama avesse pronunciato lo stesso discorso in una cerimonia ufficiale forse l’avrebbero visto in ancora meno. Si continua a pensare che se la TV non diffonde, il messaggio non arriva e in questo modo non pensiamo o ignoriamo che i pochi che l’hanno visto possono averne diffuso il contenuto, agli iraniani che vivono all’estero e continuano ad aver contatti con la loro terra di origine, all’impatto che può aver avuto su tutto il mondo arabo e sugli stati mediorientali.

Insomma, neghiamo l’importanza del meccanismo virale delle idee e dei messaggi. Come se la rivolta dei monaci birmani non ci avesse insegnato nulla. Come se volessimo ignorare l’importanza del movimento egiziano 6 Aprile nato e cresciuto su Facebook (a questo proposito bellissimo l’articolo di Wired dello scorso numero).

Siamo liberi di continuare a ingorarlo, ma credo che Obama stia dando una grandissima lezione a noi professionisti della comunicazione, ma in generale a chi non ama il mondo così com’è e pensa e vuole che sia possibile cambiarlo, purchè questa avvenga con l’azione di tutti noi singoli, senza aspettarci che il miracolo arrivi da un uomo solo. Mi viene in mente una frase molto bella di cui non ricordo l’autore: il contrario di responsabilità oggi non è irresponsabilità, ma indifferenza.

Tra controllo e privacy: ma che adolescenza oggi?

In questi giorni in vari TG e programmi di approfondimento si sono susseguiti servizi sui sistemi di controllo per proteggere i minori mentre navigano in Internet.

Sono palesemente ignorante in materia, non ho figli e non navigavo su Internet da minorenne… perché Internet non c’era. Sarò dunque ben felice di sentire i vostri commenti.

In generale, mi angosciano molto questi strumenti. Se da una parte ne capisco benissimo l’uitlità e non avrei dubbi a installarli con bambini in casa, dall’altro mi sembra che andiamo sempre di più verso una società che vuole controllare e normare tutto invece di educare e dare valori.
Search Privacy
Mi spiego: se avessi un figlio di, supponiamo, 8 anni lo lascerei davvero da solo davanti ad un computer connesso a Internet? Probabilmente no, come probabilmente non vorrei che passasse la sua giornata da solo davanti alla TV o a giochi elettronici.

Ma soprattutto, se avessi un figlio di 16 anni, cosa farei? A 16 anni non si è adulti, ma si dovrebbe essere in grado di riconoscere il bene e il male, il pericolo dalla semplice spensieratezza. Mi sono re-immaginata i miei 16 anni da adolescente testa calda e in perenne ricerca di sè: avrei davvero voluto che i miei genitori conoscessero i miei più intimi dialoghi con gli amici, cioè leggessero il mio messenger?

E’ giusto vietare l’accesso a un sito perchè ha contenuti pornografici? Mi è venuto da ridere ripensando a un mio compagno di liceo che si alzava di notte per vedere i film porno nel registratore di casa e oggi è laureato e sposato e fa un mestiere rispettabilissimo.

Come cresceranno degli adolescenti a cui sia stato imposto un controllo totale sulla loro vita? Riusciranno a formarsi una loro personallità e una personale visione della vita?

Forse perchè la mia adolescenza è stata una ricerca così lunga e tormentata che ancora oggi non ho concluso, ma credo di essere “una persona per bene” nonostante le tante stupidaggini fatte (e se i miei sapessero quante…) e forse perchè di fronte al bivio tra la cattiva strada senza ritorno e quella della trasgressione giovanile ho saputo sempre scegliere e fermarmi. Forse perchè nella mia famiglia più che il controllo mi hanno insegnato a credere in qualcosa, a rispettare me stessa e gli altri.

Ecco, ma allora fino a dove dobbiamo spingerci? Dove deve finire il controllo e cominciare la fiducia? Fino a che punto possiamo delegare a un software e quando dobbiamo sederci e parlare?