Archivio per la categoria 'Libri e Convegni'
Blog in azienda - di Debbie Weil
Se non sapete che cosa sia un blog ma avete voglia di svecchiare il modo in cui l’azienda fa comunicazione, questo è il libro che fa per voi; se fare/scrivere/consigliare blog è il vostro mestiere, probabilmente saprete già tutto quello che è scritto in questo libro ma ugualmente potreste trovare utile il modo in cui è sistematizzato. Diciamolo, a tratti il libro è persino un po’ banalotto, ma è impregnato di quel pragmatismo e di quella semplicità che tanto invidio agli americani. Debbie Weil ci guida passo passo nel mondo dei blog aziendali non partendo da presupposti ontologici del tipo “Ma il blog sarà uno strumento adatto alle aziende? Ma le aziende devono partecipare alle conversazioni della blogosfera?”, ma con un taglio pratico e orientato al problem solving. Ecco allora alcuni utili decaloghi:
- le norme di base di un buon blog, da tenere sempre presenti quando progettiamo un blog di qualunque tipo (trasparenza, umanizzazione, ecc.)
- quale scopo dare al blog aziendale: vuole instaurare una relazione con il cliente o è un sostegno alle PR? La Weil individua ben 13 differenti modi d’uso.
- i 10 consigli per un business blog, dallindividuazione della linea editoriale a “have fun!“
- trucchi per far digerire il blog al capo
- i 10 principali errori di usabilità direttamente da Jackob Nielsen
Il libro è scorrevole e può aiutare nel mettere in fila le idee per presentare un progetto ad un cliente o al proprio capo.
Bella anche la Postfazione all’edizione italiana, con la raccolta dei corporate blog che hanno fatto scuola nel nostro Paese.
Everything is miscellaneous, di David Weinberger
Allo IAB Forum di Novembre sono rimasta semplicemente folgorata dalla capacità oratoria e dalla potenza concettuale di Weinberger. Sono corsa a comprare una copia del suo libro e poi me lo sono gustato a poco a poco. Ecco ora le mie impressioni, di un libro complesso, straordinariamente ricco e arricchente.
Lasciatemi aprire una parentesi scolastica: mi sono laureata con una tesi sull’economia della conoscenza e tutta la parte introduttiva della mia tesi riguardava la filosofia della scienza. Mi sono perciò sentita a casa quando Weinberger mattone dopo mattone ha destrutturato tutto il nostro modo di conoscere e suddividere il mondo e ho letto tutto il libro con un sorrisino un po’ ebete stampato sulla faccia.
Il punto di partenza è proprio che per definire il mondo e costruire conoscenza, dobbiamo classificare, disegnare linee e confini che possano definire un oggetto. Queste classificazioni portano poi alla costruzione di meta-dati, cioè indicazioni su come il mondo è stato classificato: un esempio sono gli archivi delle biblioteche in cui ogni cartellino riporta alcuni dati del libro in oggetto, ma solo alcuni perché altrimenti diventerebbe a sua volta un oggetto che andrebbe classificato. L’avvento del digitale ha rivoluzionato queste classificazioni permettendo di aggregare i dati a seconda del bisogno, di creare delle tassonomie individuali o, meglio ancora, delle folksnomie. Weinberger fa questo esempio: se entrassimo in un negozio di abbigliamento, prendessimo dagli scaffali tutto ciò che è della nostra taglia e lo portassimo in camerino per provarlo, ci sbatterebbero fuori dal negozio dopo 5 minuti; al contrario se entriamo su un sito di e-commerce, possiamo selezionare tutto ciò che è della nostra taglia e poi con calma guardarlo e sceglierlo. Il mondo digitale permette cioè di creare connessioni che nel mondo fisico non sono opportune o efficaci.
Weinberger sostiene che non solo il nostro modo di classificare il mondo (perché anche nel disordine digitale il mondo va classificato!) sarà meno rigido e più aperto alle contaminazioni, ma di conseguenza il nostro modo di apprendere e di creare conoscenza. Ecco allora fenomeni come Wikipedia, in cui l’autorevolezza non deriva dall’essere un’istituzione rispettata e accreditata, ma dall’unione di competenze di singoli individui e dalla dichiarazione stessa di poter essere fallibili! “Il cambiamento avverrà verso la mescolanza e si baserà sulle capacità sociali e non si affiderà a uomini in una stanza ben illuminata” (p. 131)
Infine ci avverte che disegnare linee e definire confini può essere necessario per semplificare il mondo ma quando come impresa “forziamo i nostri prodotti o i nostri lavoratori in un insieme di categorie predefinite stiamo compiendo un atto innaturale. (…) Ogni cosa appartiene a più di una categoria, almeno una sua piccola parte” (p.189). E come i consumatori reinterpretino i significati del marchio e dei prodotti lo abbiamo visto molto bene con il caso Mentos e Coca Cola.
La parte finale del libro ha poi una grandissima potenza:
“Non è chi ha ragione e chi torto: è come diversi punti di vista negoziano, in un dato contesto, e si esprimono con passione e interesse. Il pensiero espresso da ogni individuo ora ha un peso mentre autorità ed esperienza stanno perdendo un po’ della loro serietà.
Non è a chi riporti o chi riporta a te o chi filtra l’esperienza di qualcun altro ma è in che modo siamo disordinatamente connessi e quanto forte sia il significato di questi legami.
Non è quello che conosci e nemmeno chi conosci, ma quanta conoscenza regali. Accaparrarsi conoscenza diminuisce il potere perché diminuisce la presenza.
Un argomento non è un feudo con confini. È come la passione lo mette a fuoco.
Stiamo costruendo una pila crescente di smart-leaves (si riferisce al tagging, nda) che possiamo organizzare a seconda delle necessità del momento, alcuni modi di organizzarle – o di trovarne il significato – saranno la base; altre saranno ufficiali. Alcune si applicheranno solo a piccoli gruppi, altre genereranno grandi gruppi, altre ancora sovvertiranno gruppi costituiti. Alcune saranno divertenti, altre tragiche. Ma saranno gli utenti a decidere che cosa quelle foglie significano.
Il mondo non sarà per sempre mescolanza perché siamo insieme per renderlo nostro.” (p. 230)
A che cosa può servirci tutto questo nel nostro lavoro quotidiano? Esattamente a quello a cui serve una tesi sull’economia della conoscenza. Lascio a voi dare il vostro significato, io metterei come tag “siamo_come_nani_sulle_spalle_di_giganti”.
Infine grazie a Weinberger per usare la terza persona singolare femminile “she”: “questo perché per la prima metà della mia vita , ho usato il maschile. Per la seconda metà della mia vita userò il femminile”. Anche questo è un modo di dare senso al mondo.
N.B.: le traduzioni sono mie, non troppo letterali e forse nemmeno troppo buone. Leggetelo in inglese, sicuramente è meglio.








