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Uno per uno, tutti per tutti di Clay Shirky

UnoperUnoTuttiperTuttiVoglio cominciare la recensione di questo libro partendo dal fondo, con una citazione dall’Epilogo:

Quando ero ragazzo, domandarsi se stessimo vivendo nell’era atomica o nell’era spazionale rappresentava una delle discussioni più accese con i miei amici nerd. Eravamo certi del fatto che fossero quelle le tecnologia che definivano quel periodo, una certezza raggiunta sullle pagine di”Popular Science” e di “Popular Mechanics” (…) Avevamo ragione a chiederci quale delle due tecnologia fosse la più importante, ma non sapevamo che entrambe erano sbagliate. le tecnologie più importanti di quel periodo none rano i viaggi spazioneli nè l’energia atomica, bensì il transostor e la pillola anticoncezionale. (p. 219)

Il libro di Shirky vola via pagina dopo pagina con una leggerezza di lettura che fa bene da contrappunto alla profondità della sua analisi. Shirky parte da una considerazione semplice: le organizzazioni sono nate per diminuire i costi di transazione, quanto i costi di transazione sono più alti dei benefici, l’organizzazione diventa antieconomica. L’economia di mercato ha dunque sempre dato vita a forme organizzative che contenessero i costi di transazioni, orientandosi verso forme di organizzazione gerarchiche.

Internet ha profondamente rivoluzionato non tanto le organizzazioni in sè, quanto le tecnologie che permettono alle organizzazioni di formarsi: una organizzazione non gerarchica del lavoro non diventa di per sè preferibile, ma diventa tecnologicamente realizzabile. Shirky fa l’esempio di GNU e Linux: entrambi sono sistemi operativi open-source, ma il primo fu realizzato secondo procedure ancora gerarchiche mentre il secondo, iniziato negli anni ‘90, potè contare sull’enorme supporto della rete, arrivando ad essere uno dei sistemi operativi per server più utilizzati.

Secondo Shirky, Internet favorirebbe l’aggregazione di persone attorno ad un obiettivo comune, aggregazione che si può manifestare come Condivisione, Collaborazione o Azione collettiva, richiedendo dall’uno all’altro sempre un impegno maggiore. La condivisione è il primo scalino, il più semplice; Shirky porta ad esempio Flickr dove le persone possono condividere le fotografie di un evento o di un luogo semplicemente attraverso i tag. La collaborazione richiede invece più impegno e crea un’identità di gruppo, come nelle community che nascono intorno a temi specifici; infine abbiamo l’azione collettiva, ancora più complessa da raggiungere e di cui Shirky riporta gli interessanti casi a livello di azione politica dei Flash mob in Bielorussia o dell’uso di Twitter in Egitto. Shirky sottoliena in ogni esempio come gli interessi che sottostanno a tutti questi gruppi esistessero già in precedenza, ma fosse impossibile creare un gruppo per i costi di coordinamento che erano troppo alti: così l’azione di gruppo contro un prete pedofilo non è nata all’improvviso, ma, a differenza del passato, si è formata ed è sopravvissuta grazie ai diminuiti costi per le persone di condividere informazioni e esercitare pressione sui media.

Insomma, proprio come l’invenzione della stampa a caratteri mobili ha rivoluzionato il modo di produrre cultura, le strutture sociali e organizzative e il sistema economico, così Internet sta rivoluzionando il mondo come lo conosciamo, il concetto di scarsità applicato alla conoscenza che ha permesso la nascita e il proliferare dell’editoria e dei moderni mass-media. Proprio come non si poteva difendere la professione dell’amanuense, non possiamo pensare che molte delle forme organizzative che oggi imperano continueranno ad esistere.

Tuttavia, l’autore avverte con molto disincanto che questa nuova logica di produzione delle informazioni, che chiama “prima pubblica poi filtra” presuppone che

i nuovi sistemi sociali debbano essere in grado di tollerare enormi livelli di fallimento. Ancora una volta le strutture sociali sostenute dai nuovi strumenti tecnologici si rivelano l’unico modo di mostrare e promuovere i rari casi di successo (p. 175)

La bellezza del libro di Shirky non è solo negli esempi concreti e puntuali che porta o nella profondità di analisi, ma è soprattutto nel disincanto con cui guarda a questi processi sociali: non sono buoni o cattivi, non miglioreranno perggioreranno il mondo, semplicemente lo cambieranno e le nuove generazioni hanno già introiettato ed assimilato queste nuove tecnologie e modelli sociali, come per noi è assolutamente ovvio premere un bottone ed avere la luce in casa.

Wikinomics di Don Tapscott e Anthony D. Williams

I libri sono molto simili al vino: ci sono quelli di sicuro successo, che enologi un po’ volponi sfornano rincorrendo i gusti del pubblico, ci sono i vini complessi ed eleganti, magari non per tutti ma che deliziano il palato degli amatori, ci sono i grandi rossi che puoi dimenticarli in cantina, berli dopo 10 anni e ti stupiscono per la loro freschezza e qualità e poi ci sono i vini di pronta beva, che devi finirli prima della stagione successiva.

Per i libri il discorso è lo stesso, sia nella narrativa sia nella saggistica, da chi cavalca l’onda ai grandi classici intramontabili. Ecco questo libro è come un vino di pronta beva: ottimo un anno e mezzo fa quando l’ho comprato e l’ho lasciato a prendere polvere in libreria, oggi superato.

Il libro è denso e certamente interessante, ma leggere di come sia nuovo MySpace o Flickr, oggi fa un po’ sorridere; i concetti espressi, del consumatore che diventa attore, sono giusti e attualissimi, ma ormai sanno di stantio.

E’ molto bello e appassionante l’aspetto narrativo che apre ogni capitolo: gli autori ci ammaliano con uno story telling degno dei fratelli Grimm e molte case history portate ad esempio sono ancora attualissime. In particolare mi ha affascinato quella di Goldcorp Inc., azienda mineraria che ha reso pubbliche su Internet le proprie mappe, chiedendo aiuto a tutti i geologi per trovare nuove miniere d’oro. E’ ben scritta e appassionante, accaduta in tempi non sospetti (parliamo del 2000 o giu di lì) e infondo la metafora del cercatore d’oro ha ancora il suo fascino.

Dunque, meritevole il lavoro degli autori, ma questo libro andava stappato decisamente prima.

E-commerce forum

Si è svolto oggi a Milano l’E-commerce Forum organizzato da Netcomm.

Intanto un plauso alla scelta della location, Palazzo Mezzanotte in Piazza Affari, pieno centro di Milano, una vera goduria per chi, come me, viaggia soprattutto con i mezzi pubblici e un appagamento degli occhi quando uscendo non si trovano solo palazzoni di cemento.

Purtroppo non altrettanto buone le notizie sul fronte e-Commerce: l’Italia si conferma fanalino di coda, non solo se paragonata a Paesi come la Danimarca o UK, ma anche se paragonata a Paesi socialmente più simili come la Francia. I dati strutturali, poi, in questa fase si sommano ai dati congiunturali e il quadro che ne emerge non è dei migliori.

Da questo punto di vista mi ha colpito molto la presentazione di Alessandro Perego, del Politecnico di Milano, che ha sottolineato come, al di là di problemi strutturali sulla domanda, ci sia una carenza di offerta che vede la forte presenza di dot.com ma una scarsissima presenza di aziende tradizionali; questo spiega in parte perchè l’Italia sia anche un Paese con un e-Commerce fatto per 2/3 dai servizi e solo da 1/3 dai prodotti.

In ogni caso ci sono anche note di ottimismo; sempre secondo la ricerca del Politecnico, 4 aziende su 5 che operano nell’e-Commerce si aspettano una crescita nel 2009 rispetto al 2008.

Sul lato della domanda mi ha incuriosito uno spunto offerto da Mario Perini, CartaSì, che ha sottolineato come le Regioni in Italia in cui vi è un maggior uso di CartaSì per acquisti on line siano Sardegna e Trentino; l’e-Commerce fa insomma di necessità virtù e cresce nelle zone meno urbanizzate in cui è più forte la carenza di offerta sul territorio.

Come sempre, molto interessante anche la ricerca di GFK Eurisko; mi è piaciuto molto lo spunto finale sul “social e-Commerce“, cioè come l’e-Commerce possa essere influenzato on line dalla rete di amici. Riprendendo le parole di Edmondo Lucchi, questo farebbe un po’ cadere il concetto di e-Commerce come trionfo della razionalità individuale e, aggiungo io, probabilmente potrebbe avvicinare l’e-Commerce ad un concetto più mediterraneo di fare acquisti. Non a caso una delle ragioni che si individuavano per non acquistare on line è proprio quello del divertimento ad acquistare nei canali tradizionali; forse recuperare la dimensione sociale anche nell’acquisto potrebbe aprire a nuovi sviluppi e deve, a mio parere, far riflettere attentamente perchè potrebbe cambiare molte delle attuali logiche.

Purtroppo non sono riuscita a seguire nessun seminario nel pomeriggio, gli impegni di lavoro mi hanno riportato alla scrivania.

Nei prossimi giorni saranno disponibile sul sito le presentazioni.

L’Email Marketing di Roberto Ghislandi

Ottimo manuale, completo, ben scritto, comprensibile e scorrevole.

Se non sapete nulla di e-mail marketing, questo libro vi guida passo dopo passo spiegandovi che cosa è, come costruire una campagna, quali controlli effettuare e come misurarla. Se invece conoscete già l’e-mail marketing questo libro è un piacevole ripasso e con il suo approccio didattico aiuta a sistematizzare le conoscenze.

Unico nota negativa, la sezione dedicata alle case history, che sembravano prese e copiate da comunicati aziendali, senza omogeneità tra loro. Da migliorare

Economia della Felicità di Luca De Biase

Accade a volte di incontrare dei libri che sembrano scritti per te, anche se chiaramente l’autore non sa nemmeno che esisti, che sembrano dare un senso e una direzione a pensieri che fino a quel momento ronzavano confusi nella testa.

Economia della felicità per me ha rappresentato questo; in un momento in cui mi facevo come sempre troppe domande sul senso delle mie scelte, mi ha confortato sapere che le molte delle strade che ho preso nel mio percorso formativo non erano assurde o isolate. Aprire la bibliografia e leggere Kuhn, Stiglitz, Schwartz, ecc… è stato tornare indietro di  anni e ritrovare dove era cominciata la mia curiosità. Luca ed io condividiamo poi una grande ammirazione per Cristiano Antonelli, mio relatore nella tesi di laurea, quindi era un incontro già scritto, ma non per questo meno piacevole.

Il libro  è per me bellissimo e imperdibile; si snoda su due filoni che confluiscono in un’unica visione di futuro: da un lato  De Biase fa un’analisi lucida e dissacrante del mito dell’homo oeconomicus, dall’altro sottolinea come il libero mercato ha trovata la sponda nei media tradizionali, anche attraverso una dinamica della narrazione oculata e guidata, e come il web partecipato possa aiutare a far emergere e consolidare un nuovo sistema economico.

Intendiamoci, De Biase non sostiene che Internet ha cambiato il mondo e ora vivremo tutti felici e contenti, in pace e prosperità; la tesi alla base è molto meno banale. Si parte dalla sociologia: i tempi moderni hanno costretto a monetizzare sempre di più attività che un tempo erano gratuite e di mutuo soccorso (si pensi ad esempio alla cura degli anziani); per questo abbiamo bisogno sempre di più risorse, cioè di lavorare di più, sottraendo ulteriore tempo al nostro privato e monetizzando attività prima gratuite. Insomma, un cane che si morde la coda. Per dirla con l’autore:

Gli italiani, come il resto degli europei, non condividono i valori degli arrivisti, ma si stanno anche allontanando dall’edonismo. In Italia sono in aumento i valori legati alle idee di tradizione e creatività. I valori legati alle radici culturali e alle forme di socialità primaria sono più condivisi degli altri, insieme ai valori post-materiali dell’autenticità e dell’estetica. E la responsabilità sociale delle imprese è un concetto che raccoglie un consenso crescente. (p. 30)

e ancora

Il paradosso della felicità diventa (…) sempre più limpido: in una società già opulenta, la crescita economica è in gran parte la sostituzione di beni relazionali, culturali e ambientali con beni che costano soldi, dunque lavoro. Il benessere percepito non varia o peggiora anche se la crescita aumenta il reddito monetario.  E poiché il processo continua all’infinito nessuno se la sente di lavorare di meno o risparmiare di meno per godersi di più la vita una volta raggiunto un certo livello di ricchezza: perché si sa che ce ne vorrà sempre di più comunque. La dipendenza è avviata. La trappola è difficile da superare. (p. 129)

Questo ciclo ha origine nella teoria economica classica, palesemente e invitabilmente miope nel cogliere i veri bisogno e pulsioni dell’uomo, che è invece ridotto da questa ad un puro attore che voglia massimizzare la propria utilità. Ma l’autore ci avverte che in campo economico è stata la realtà a cambiare per adattarsi alla teoria e non il contrario. Quello a cui ha portato è esploso proprio negli ultimi 6 mesi, credo che basti aprire un giornale per rendersi conto di dove ci ha portato l’ideologia del libero mercato portata alle sue conseguenze più estreme.

OK, ma Internet in tutto questo?

La TV era la regina dei media nella società industriale, quando il tempo era lineare. Quando si lavorava otto ore e la giornata era sempre prevedibile e regolare, oggi i telefonini, internet, i videogiochi sembrano molto più adatti alle esigenze caotiche della società della conoscenza.

Nella società della conoscenza emerge un medium diverso, che faciliti la circolazione delle idee da un lato e che soddisfi quelle esigenze di condivisione e di partecipazione che in un certo senso sono state sottratte all’homo oeconomicus. Internet e i nuovi media ha quattro conseguenze fondamentali nel mondo dei media e nel sistema economico:

  1. il pubblico diventa attivo ponendo i media tradizionali davanti a una rivoluzione copernicana: dai target si passa ai network;
  2. nell’economia della consocenza l’obiettivo della massimizzazione del profitto convinve e si confronta con l’obiettivo dell’arricchimanto delle relazioni;
  3. la res pubblica assume una nuova importanza: non più ostacolo o protezionismo contro il libero mercato, ma terreno di regole condivise;
  4. nell’economia della conoscenza, più che la concorrenza vince la simbiosi, i grandi servono ai piccoli e i piccoli servono ai grandi: è una rete.

Le conseguenze di questi cambiamenti l’autore non li profetizza. Anche nell’ultimo capitolo “Idee guida” non c’è un’ipotesi di futuro, ma piuttosto l’individuazione di alcuni terreni di lotta (come quello del copyright) e di assett portanti del mondo che sarà. Peccato in un certo senso; da tempo aspetto un libro che riesca in qualche modo a sistematizzare gli spunti creativi diversi di molti autori in una sintesi unica e originale. Ma forse sto davvero chiedendo troppo.