Cina, Google ed etica
Risale a giovedì scorso la notizia della rottura tra Google e il governo cinese: niente più pagina censurate sulla versione mandarina a seguito di un sofisticato attacco informatico a Google e altre importanti aziende. Ho letto un po’ in giro per la rete, bellissimo il post di Zambardino, mi sono mervigliata (chissà poi perchè) dell’assenza di questa notizia sui TG, ne ho parlato co amici e familiari, chi giovedì non leggeva le news on line non ne sapeva nulla.
Ho voluto pensarci un po’, sarebbe facile scrivere un post gridando “W Google che difende i diritti umani”; a dispetto della velocità della rete, avevo bisogno di tempo per formarmi una personale opinione. Alla fine? Ho deciso di aggiungere il mio nome alla raccolta di sottoscrizioni di Internet for peace.
Il punto di questa vicenda è proprio che non ha un punto: è una questione economica, cioè Google alza la voce per trattare nuove condizioni e garanzie con il governo cinese? Oppure è una questione di violazione di segreti aziendali che potrebbero avere evidenti ripercussioni sulla presenza di Google in Cina? Oppure è una questione di principio dove Brinn indossa una scntillante armatura da paladino dei diritti di libera informazione? Secondo me è tutte e tre.
A dispetto del cinismo di molti, non si può negare che questo gesto abbia una eco forte tra chi combatte ogni giorno per i diritti umani e non a caso la politica si è affrettata a plaudere (quella americana, si intenda, quella italiana forse non se n’è nemmeno accorta). Dopo ovviamente. Sarebbe sciocco pensare che Google non cercherà comunque un qualche accordo, non volendo probabilmente rinunciare al più promettente mercato del futuro. Ma non si può nemmeno ignorare che la partita qui si gioca sulla conoscenza e rubare un segreto industriale oggi era come rubare uranio durante la Guerra Fredda.
Ecco forse è proprio questo il punto: in questa vicenda democrazia, correttezza e informazione si mescolano così tanto da parere indistinguibili e forse, finalmente aggiungerei, diventa evidente agli occhi della politica che tollerare regimi autoritari come quello cinese (o iraniano) non è solo un cinico calcolo a discapito del popolo che sottosta a quel regime, ma può avere ripercussioni anche sul nostro benessere. Se non ho mai creduto che si potesse esportare la democrazia, tanto meno con una guerra, non condivido nemmeno il cinismo lassista di chi nulla fa perchè sono grossi e potenti. Il laissez faire, laissez passer del liberismo sfrenato ha portato a una disastrosa crisi economica, potremo imparare a non adottarlo nelle relazioni internazionali.
Un’azienda sana, che genera profitti, può e deve essere capace di dire no. E’ lo stesso principio che guida e ha guidato lo sciopero e la conquista dei diritti nelle democrazie moderne: a vincere in queste battaglia non era il più forte, ma il più caparbio e resistente. Se è sacrosanto che il profitto sia l’obiettivo che guida le imprese, non lo è il profitto ad ogni costo che di solito guida le mafie.
E allora intono “W Google”, sperando che altri ne seguano l’esempio. Don’t be evil. Infondo non si chiede poi tanto.
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