Economia della Felicità di Luca De Biase
Accade a volte di incontrare dei libri che sembrano scritti per te, anche se chiaramente l’autore non sa nemmeno che esisti, che sembrano dare un senso e una direzione a pensieri che fino a quel momento ronzavano confusi nella testa.
Economia della felicità per me ha rappresentato questo; in un momento in cui mi facevo come sempre troppe domande sul senso delle mie scelte, mi ha confortato sapere che le molte delle strade che ho preso nel mio percorso formativo non erano assurde o isolate. Aprire la bibliografia e leggere Kuhn, Stiglitz, Schwartz, ecc… è stato tornare indietro di anni e ritrovare dove era cominciata la mia curiosità. Luca ed io condividiamo poi una grande ammirazione per Cristiano Antonelli, mio relatore nella tesi di laurea, quindi era un incontro già scritto, ma non per questo meno piacevole.
Il libro è per me bellissimo e imperdibile; si snoda su due filoni che confluiscono in un’unica visione di futuro: da un lato De Biase fa un’analisi lucida e dissacrante del mito dell’homo oeconomicus, dall’altro sottolinea come il libero mercato ha trovata la sponda nei media tradizionali, anche attraverso una dinamica della narrazione oculata e guidata, e come il web partecipato possa aiutare a far emergere e consolidare un nuovo sistema economico.
Intendiamoci, De Biase non sostiene che Internet ha cambiato il mondo e ora vivremo tutti felici e contenti, in pace e prosperità; la tesi alla base è molto meno banale. Si parte dalla sociologia: i tempi moderni hanno costretto a monetizzare sempre di più attività che un tempo erano gratuite e di mutuo soccorso (si pensi ad esempio alla cura degli anziani); per questo abbiamo bisogno sempre di più risorse, cioè di lavorare di più, sottraendo ulteriore tempo al nostro privato e monetizzando attività prima gratuite. Insomma, un cane che si morde la coda. Per dirla con l’autore:
Gli italiani, come il resto degli europei, non condividono i valori degli arrivisti, ma si stanno anche allontanando dall’edonismo. In Italia sono in aumento i valori legati alle idee di tradizione e creatività. I valori legati alle radici culturali e alle forme di socialità primaria sono più condivisi degli altri, insieme ai valori post-materiali dell’autenticità e dell’estetica. E la responsabilità sociale delle imprese è un concetto che raccoglie un consenso crescente. (p. 30)
e ancora
Il paradosso della felicità diventa (…) sempre più limpido: in una società già opulenta, la crescita economica è in gran parte la sostituzione di beni relazionali, culturali e ambientali con beni che costano soldi, dunque lavoro. Il benessere percepito non varia o peggiora anche se la crescita aumenta il reddito monetario. E poiché il processo continua all’infinito nessuno se la sente di lavorare di meno o risparmiare di meno per godersi di più la vita una volta raggiunto un certo livello di ricchezza: perché si sa che ce ne vorrà sempre di più comunque. La dipendenza è avviata. La trappola è difficile da superare. (p. 129)
Questo ciclo ha origine nella teoria economica classica, palesemente e invitabilmente miope nel cogliere i veri bisogno e pulsioni dell’uomo, che è invece ridotto da questa ad un puro attore che voglia massimizzare la propria utilità. Ma l’autore ci avverte che in campo economico è stata la realtà a cambiare per adattarsi alla teoria e non il contrario. Quello a cui ha portato è esploso proprio negli ultimi 6 mesi, credo che basti aprire un giornale per rendersi conto di dove ci ha portato l’ideologia del libero mercato portata alle sue conseguenze più estreme.
OK, ma Internet in tutto questo?
La TV era la regina dei media nella società industriale, quando il tempo era lineare. Quando si lavorava otto ore e la giornata era sempre prevedibile e regolare, oggi i telefonini, internet, i videogiochi sembrano molto più adatti alle esigenze caotiche della società della conoscenza.
Nella società della conoscenza emerge un medium diverso, che faciliti la circolazione delle idee da un lato e che soddisfi quelle esigenze di condivisione e di partecipazione che in un certo senso sono state sottratte all’homo oeconomicus. Internet e i nuovi media ha quattro conseguenze fondamentali nel mondo dei media e nel sistema economico:
- il pubblico diventa attivo ponendo i media tradizionali davanti a una rivoluzione copernicana: dai target si passa ai network;
- nell’economia della consocenza l’obiettivo della massimizzazione del profitto convinve e si confronta con l’obiettivo dell’arricchimanto delle relazioni;
- la res pubblica assume una nuova importanza: non più ostacolo o protezionismo contro il libero mercato, ma terreno di regole condivise;
- nell’economia della conoscenza, più che la concorrenza vince la simbiosi, i grandi servono ai piccoli e i piccoli servono ai grandi: è una rete.
Le conseguenze di questi cambiamenti l’autore non li profetizza. Anche nell’ultimo capitolo “Idee guida” non c’è un’ipotesi di futuro, ma piuttosto l’individuazione di alcuni terreni di lotta (come quello del copyright) e di assett portanti del mondo che sarà. Peccato in un certo senso; da tempo aspetto un libro che riesca in qualche modo a sistematizzare gli spunti creativi diversi di molti autori in una sintesi unica e originale. Ma forse sto davvero chiedendo troppo.
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