Il mio 25 Aprile
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In questi giorni si discute moltissimo sul 25 Aprile e sul suo significato e ho pensato molto se un senso ce lo possa ancora avere nel 2009, a 64 anni dalla liberazione dal nazifascismo. Ho ripensato alla storia della mia famiglia, dove nessun uomo ha partecipato alla Resistenza Partigiana, perchè tutti troppo vecchi per essere arruolati (avevo ed ho nonni molto molto anziani). L’ho sempre sentito come una piccola vergogna, perchè non potevo vantare un nonno o uno zio partigiano o, peggio, repubblichino. Poi ho ripensato ai racconti della mia nonna materna, che di guerre ne ha vissute due essendo nata nel 1908. Mi parlava spesso della guerra e anche dei partigiani; mi raccontava del mio bisnonno, caratteraccio autoritario di un’Italia che sembra lontanissima e sopravvissuto ai gas della Prima grande guerra, fiero e convinto liberale che non prese mai la tessera del fascio. Mi raccontava di come nascondeva il latte per i bambini e i vecchi del Paese, ma un racconto lo ricordo bene: era tempo di elezioni e il mio bisnonno era a letto con la febbre alta; vennero a prenderlo a casa e lo costrinsero ad andare a votare e lui, furibondo, ci andò borbottando “ma cosa devo venire a votare se la scheda per il duce è tricolore e l’altra bianca!!!”. Sono piccoli ricordi di bambina che ti rimangono dentro.
Mia nonna mi parlava spesso anche dei partigiani, non sempre bene a dire il vero. A quel tempo vivevano a Coggiola, allora ridente paesino reso ricco dall’industria laniera, oggi piccolo paese quasi spopolato. Coggiola è in bassa Val Sessera, in mezzo alle montagne, in una delle roccaforti partigiane. Così spesso in paese c’erano rappresaglie feroci dei tedeschi e mia nonna moriva di paura, con un marito al lavoro e una bambina di 7 anni in casa. Mi raccontava sempre di una volta in cui sparavano all’impazzata in paese, proprio sotto la loro casa e mia nonna nascose mia zia sotto il tavolo, mettendole la testa dietro la gamba in modo da proteggerla. Quel tavolo è stato per qualche anno nella mia cucina a Torino e le sue grosse gambe mi hanno sempre dato un senso di solidità e sicurezza, quasi a dirmi che di storia ne avevano vista tanta e che erano lì per proteggermi. Ecco, allora penso che i miei figli, se mai ne avrò, queste storie non le sentiranno più perchè nessuno potrà più raccontargliele. E penso che sia bene scriverle perchè le possano leggere e capire da dove veniamo e cosa siamo stati. Poi arrivarono le letture di Fenoglio o la storia studiata sul Revelli, ma la curiosità parte da quelle storie d’infanzia.
Altro mio orgoglio è la cugina del mio nonno paterno, Alba Spina. Antifascista di prima generazione, gran parte della guerra la passò in carcere a Torino. Nella mia famiglia si parlava poco di lei, per dirla con un linguaggio del secolo scorso, non poteva piacere una comunista ad una famiglia ben pensante della broghesia. L’ho vista pochissime volte da bambina, quando ci si riuniva ancora nella grande casa dei nonni paterni nelle feste comandate. Non era amata perchè diversa, ribelle e indomabile, ma chi l’ha conosciuta diceva che ne soffrì molto di questo isolamento; Alba non si sposò mai, si mormorava per un amore giovanile perso nel sanatorio di San Luigi a Torino per la tisi, luogo tristemente legato anche ad una mia malattia; forse non volle mai tradire quell’amore perduto, ma di certo non tradì mai i suoi ideali di giustizia e fieramente, forse anche un po’ cocciutamente, comunisti. In confino a Ponzia il 1 Maggio stese al balcone un abito rosso; quando sul finire degli anni ‘70 tutti osannavano la grande America capitalista, lei andò in Russia a farsi operare agli occhi e non smise mai di lodarne la meraviglia. Non ho il coraggio grandissimo di Alba e nemmeno la sua fede incrollabile negli ideali comunisti, ma mi piace pensare di averne ereditato il senso di giustizia e la capacità di indignarsi. Un grande rimpianto della mia vita è di non aver conosciuto in età adulta questa cugina lontana, fiera persino nella sua ultima cerimonia, con un funerale civile a cui la banda partigiana suonò “O bella ciao” e “Internazionale”; l’ho riscoperta dai libri e dai racconti di chi ancora c’è.
Non so se ad Alba sarebbe piaciuto questo mondo e se l’avrebbe capito; di certo non le sarebbe piaciuta la mia professione. Quando nel 1990 Achile Occhetto sciolse il Partico Comunista, Alba non fu d’accordo perchè per lei questo significava rinnegare la lotta di libertà contro il fascismo. Una posizione antistorica, ma comprensibile per chi aveva passatto 20 anni della propria vita a combattere un regime e il resto a cercare di costruire un’Italia più giusta. Questo punto mi ha sempre colpito quando mi dicono che fascismo e comunismo sono la stessa cosa. Il regime di Stalin e quello di Hitler sono la stessa obbrobriosa infamia, ma non credo si possa paragonare un’ideale di equità e di giustizia sociale con una visione del mondo dominata dall’ideologia di razza e che predica l’odio, anche se gli effetti sono stati disastrosi in entrambi i casi. Questo ideale di uguaglianza e di giustizia fu quello che permise a partigiani rossi e partigiani bianchi di combattere insieme per la Liberazione; subito dopo tornarono a dividersi, ma ogni anno il 25 Aprile ci ricorda che il popolo italiano ha saputo unirsi e combattere un mostro che esso stesso aveva creato; anche Camillo e Don Peppone erano fratelli il 25 Aprile.
Ecco, questo sarà il mio 25 Aprile, senza bandiere e manifestazioni, senza parti politiche che si approprino di quel giorno. Solo un ricordo delle mie radici e un profondo orgoglio per quello che mi hanno insegnato. Perchè non c’è differenza nella morte e ogni caduto ha il diritto di essere compianto, ma c’è differenza in come viviamo la vita e nel ricordo di noi che lasciamo a chi ancora vive.
3 Commenti a “Il mio 25 Aprile”
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25 aprile 2009 alle 17:07
Bello, mi hai risvegliato i ricordi del mio papà piemontese…Io stasera porto le mie due bambine a una cena partigiana. Si mangerà nelle gavette, si canteranno le canzoni dei partigiani e spero che ci sarà qualcuno che racconterà quello che il loro nonno, che non c’è più, non può raccontare. So che è presto, ma vorrei che capissero presto il significato che io vorrei che questa festa trasmettesse: innanzitutto quanto è brutta la guerra, quanto è sottile la linea che separa la parte “giusta” da quella “sbagliata”, poi quanto valgono le scelte, anche difficili,ma soprattutto quanto vale la libertà di poterle fare, queste scelte, qualsiasi esse siano…
25 aprile 2009 alle 17:53
Grande Silvia! Forse le tue bimbe sono piccole per capire, ma sono i valori che respiri da piccola che poi ti rimangono dentro. E poi sono sicura che mangiare nelle gavette per loro sarà divertente, anche se forse non ne coglieranno il senso profondo!
6 giugno 2009 alle 20:27
Molto toccante e suggestivo il tuo post, mi ricorda il mio nonno paterno, che mi raccontava come fosse difficile mostrarsi in paese col fazzoletto rosso al collo… e ni ha bevuto di olio di ricino. La penso come te: ogni caduto ha il diritto di essere rimpianto. Per quanto riguarda la memoria dovremmo invece spingere di più anche nelle scuole affinchè quel periodo non venga dimenticato. Indipendentemente dal colore per cui si è schierati, anzi dovrebbe essere fonte di unione di ideali e solidarietà.