Cosa ha di così terribile il telelavoro?
Ricevo oggi l’ennesima mail di un amico ed ex collega che si licenzia per seguire la moglie che ha ottenuto un prestigiosa cattedra lontano dalla sua sede di lavoro. E’ una mail un po’ triste, non della solita saudade per i colleghi che si lasciano e per l’ignoto che si abbraccia; ha la tristezza di chi non vorrebbe ma deve, perché in una scala di priorità la persona che si ama e la famiglia vengono prima della carriera.
Non è la prima mail di questo genere che ricevo e non sarà l’ultima, ma mi cheido ancora quante. Ma soprattutto mi chiedo quante persone di valore le aziende vorranno ancora perdere prima di abbracciare il telelavoro. Quanto tempo ci vorrà prima che capiscano che gli anni ‘50 sono finiti: le mogli non sono a casa a fare le casalinghe felici e pronte ad ogni trasloco pur di favorire la carriera del marito. I mezzi di comunicazione e di collaborazione sono un tantino più efficienti e finiamo con lo scambiarci informazioni via Skype persino con il nostro vicino di scrivania.
Eppure questo le aziende lo sanno, perchè sono bravissime a chiedere di usare video e conference call pur di evitare il costo di un volo aereo e allora? Che sia un problema culturale? O peggio ancora di controllo?
Ecco, allora proprio non capisco: come possono affidare il know how, la gestione delle risorse, poteri di firma, responsabilità e poi non fidarsi se non timbriamo il cartellino al mattino? Perchè chiedono l’empowerment ma poi non si fidano del fatto che portiamo a termine un progetto nella tranquillità del nostro salotto?
Pensavo fosse solo un problema italiano, frutto di quella cultura populista e attenta agli istinti più bassi che etichetta come fannulloni chi utilizza strumenti nuovi di collaborazione. Oggi ho una piccola conferma che il problema esiste anche dall’altra parte dell’oceano.
E mi viene il forte dubbio che i veri fannulloni in azienda stiano larghi larghi, tronfi delle tutele conquistate anni fa, puntuali a timbrare il cartellino alle 9:00 e alle 18:00; tanti professionisti, invece, scappano, solo per lavorare qualche chilometro più in là.
La famigerata puntata di Report
Approfitto di una sera tranquilla a casa senza TV e finalmente riesco a rivedere la puntata di Report. Non capisco tutto l’allarmismo creato in rete e tutte le critiche. Raccontano, che ci piaccia o no, le cose come stanno. Allarmismo? Forse. Siamo davvero eterodiretti? Credo che questo dipenda da noi.
Report ci ha messo davvero davanti ai pericoli della rete, non nascondiamoci dietro ad un dito, sono reali. La chiave, credo, sia solo di usare il cervello e di educare i nostri figli, per chi ne ha, alla condivisione intelligente.
Ha ragione quella simpatica nonnina quando dice che l’oratorio era il Facebook di una volta; ora con il villaggio globale i fatti tuoi non li saprà solo il paesiello ma tutto il mondo. A maggior ragione è importante avere rispetto per le proprie e le informazioni altrui quando si condivide.
Oggi sono Facebook e Google, domani chissà. Ma per come la vedo io, l’unica alternativa è impugnare la vanga, quella che spacca la schiena e fa venire le vesciche alle mani, non quella virtuale di Farmville.
Il caso di Patrizia Pepe: solo cattivo community management?
Il caso di Patrizia Pepe rimbalza in rete da un paio di giorni, additato come ennesimo esempio di cattivo social media management. Trovate un ottimo riassunto su Ninja Marketing a Vincos.
Ovviamente tutto condivisibile e concordo pienamente nella gestione della crisi fatta in modo isterico, bellissima la provocazione di Mirko sull’anti-social media management, ma secondo me abbiamo un po’ perso il punto e il paragone con quello che accade in politica a me sorge abbastanza spontaneo: abbiamo smesso di indignarci.
IMHO il punto lo ha colto bene Natanata25 in un commento al post di Vincenzo: il problema non è (solo) la risposta isterica, ma è la sostanza stessa della risposta. Dal momento che quella modella non è anoressica ma magra per alchimie del DNA (e va bene, crediamoci), non dobbiamo rompere le scatole e chi se ne frega se questo è un pessimo modello aspirazionale per tutte quelle che un vestito così non se lo potranno mai mettere.
Ora, qualche maligno potrebbe obiettare che la mia sia pura invidia e magari un po’ lo è pure (probabilmente dovrei cucire insieme 3 abiti del genere per entrarci), ma quando consigliamo ai nostri clienti una strategia social, quello che stiamo raccomandando loro non è solo di avere un buon community manager che monitori e possa rispondere agli utenti in modo educato, ma chiediamo all’azienda di abbracciare una visione diversa del ruolo dei Brand, che si apra all’esterno non solo nel senso di pubblicare notizie su una pagina Facebook e ringraziare per i commenti.
Chiamatemi sognatrice, chiamatemi utopista, ma, al di là dei toni, dire che si scelgono modelle taglia 36 perché a loro gli abiti stanno bene addosso è una totale mancanza di responsabilità sociale. E poco importano le scuse dell’ufficio PR o il cambio di strategia nel community management. Ci interessa davvero essere fan di un’azienda che crede che gli abiti stiano bene solo addosso ai grissini? Vogliamo davvero instaurare una relazione con un’azienda che promuove esplicitamente la magrezza estrema come canone di bellezza, al di là del commento infelice su Facebook? Ci accontentiamo davvero di così poco per stabilire una relazione?
Forse Patrizia Pepe non doveva semplicemente aprire una pagina Facebook; certo, sarebbe stata criticata altrove, ma almeno ci avrebbe risparmiato la supponenza di dirsi aperta alla relazione. Mi ricorda molto quelle imprese che vogliono aprirsi al green perché fa molto cool e poi negli uffici hanno le piante di plastica. Ecco meglio non mettere le piante di plastica o meglio non fare green marketing? Forse sarebbe meglio aprirsi al nuovo millennio davvero, ma per questo, si sa, ci va molto coraggio.
Lo IAB Seminar: che cosa mi sono portata a casa
Ieri giornata intensa allo IAB Seminar; causa (troppo) lavoro mancavo da qualche mese ai convegni milanesi ed è stato bello rivedere e salutare un po’ di colleghi.
Molte le banalità e, come sempre, molte anche le markette, ma in generale il livello del corso è stato buono e con alcuni spunti molto interessanti.
3 gli speech che mi porto con piacere a casa; in ordine di apparizione quello di Nereo Sciutto, che, al di là della sua simpatia tutta emiliana, mi ha lasciato un punto importante su cui riflettere, cioè come ai motori non interessino tanto i nostri contenuti sui Social Network, quanto il nostro trust.
E’ lo stesso spunto sviluppato poi da Marco Corsaro, che ipotizza un motore di Facebook basato sulla Like Popularity; ma quello che davvero mi è piaciuto della presentazione di 77 Agency è stato l’accento posto su Open Graph: come dire che se da un lato è vero che Facebook agisce sempre di più d metamedia cercando di tenere all’interno i propri utenti, dall’altro sulla ricerca si basa non tanto sui contenuti che ha a disposizione, ma sulla capacità dei suoi utenti di pervadere il web, una sorta di spider umani.
Molto interessante anche l’intervento di Marco Loguercio; l’accento posto sulla Contextual Discovery, che cambia fortemente il concetto di successo nella search, in quanto cambia il nostro concetto stesso di search che – se possibile – diventa ancora più pervasivo.
Qualche critica va riservata all’organizzazione perché la sala era davvero troppo piccola e pensare di farci seguire l’evento in video da un’altra sala… beh… perché svegliarsi alle 6 del mattino e prendere un treno all’alba allora?
E da stasera… vacanze!
Ebbene sì, lo ammetto: sto godendo un sacco a vedervi rientrare sapendo che da stasera cavalcherò la nostra Vespa per 15 giorni di tour in Campania… OK, potete obiettare che ad Agosto me ne sono rimasta inchiodata a casa mentre voi eravate al mare o in montagna a divertirvi (e chi mi conosce sa che quest’estate per me non è stata proprio divertentissima causa polmone sinistro con strane idee reazionarie…). Però, cosa vi devo dire, ho sempre avuto il gusto un po’ snob del fare le vacanze fuori stagione, di non sopportare le folle, i bambini vocianti, le code… mi viene sempre in mente una lettura imprescindibile per chi non si rassegna a considerarsi turista.
E il mio spirito snob deve anche confessare un’altra cosa: quest’estate da 4 Square a Twitter, miei cari amici Social Addicted, siete stati proprio insopportabili! Non se ne poteva più di sapere in quale posto foste, dove e cosa mangiavate, quanti kilometri facevate! Basta sindaci del lido Bagni Maria e dell’agritursmo Belli e Sani!
Ovviamente sulla Vespa il portatile non trova posto, con buona pace degli albergatori che specificano sempre la presenza di connesioni Wi-Fi; il Black Berry ce l’avro dietro, perchè Internet in mobilità è diventata una droga e perché un po’ workaholic lo sono, ma sarà spento per almeno 20 al giorno… altrimenti che vacanze sono! Penso che gli unici check in saranno quelli in albergo, forse qualche commento da condividere con gli amici su Facebook, ma scusate: queste vacanze riguardano me e Davide, non la cerchia allargata delle mie conoscenze sul web
Che volete che vi dica… sarò snob, ma il Social ha un limite che finisce quando inizia quella sfera di vita che è davvero tutta personale e per questa vacanza si limita alla scelta dei Bed & Breakfast su Trip Advisor!
Buona fine estate a tutti… io vado a ricaricare le pile perché quest’anno è stato duro davvero e mi aspetteranno mesi molto divertenti ma terribilmente intensi!




