Sulla creazione del valore
La crisi finanziaria americana e mondiale, che in questi giorni ha avuto il suo apice almeno mediatico, mi ha spaventato e resa pensierosa. L’economia finanziaria non è certo il mio campo e credo di non aver capito del tutto quello che è accaduto, ma una cosa penso di averla colta: i maghi della finanza per anni hanno pensato di creare denaro spostando soldi da un investimento ad un altro, ma ora qualcuno è venuto a chiedergli il conto. Ecco, la mia impressione è che di denaro non ne avessero creato affatto, ma che semplicemente avessero spostato la polvere sotto il tappeto per far apparire la casa pulita fino a quando il tappeto non ha presentato gobbe un po’ troppo imbarazzanti per non dover ammettere che c’era sotto qualcosa.
Forse è una visione un po’ ingenua, ma mi piace pensare che nulla possa essere creato dal nulla.
Nella comunicazione sta avvenendo lo stesso. Negli anni molte aziende hanno cercato di promuovere prodotti senza valore appellandosi a pubblicità sempre più d’effetto e a budget con molti zeri. Però poi si scopre che non funzionano. Forse il web ha fatto scoccare la scintilla, ma in realtà lo sapevamo tutti da molto: non possiamo vendere ghiaccio agli eschimesi e chi promette il contrario o è uno sciocco o è poco onesto. Lo descrive bene Seth Godin in un post sulla pubblicità della Microsoft: la pubblicità non può creare quello che non siamo; il che non significa che non abbiamo valore, ma semplicemente la nostra comunicazione deve rispecchiare e magari rendere più appealing il nostro essere e non mascherarlo. Intendiamoci, non significa che la pubblicità deve essere una copia della vita reale, ma deve essere credibile, appellarsi a valori di marchio che siano poi rispecchiati nella realtà.
E’ un po’ quello che è successo con Carrefour: è inutile scrivere sul sito di credere in determinati valori e poi avere del personale che si comporta in modo ignobile e nello stesso tempo è molto bello, oltre che saggio, che l’Amministratore Delegato telefoni e si scusi a nome dell’azienda.
Ecco, riconoscere il valore della comunicazione, non pretendere che ne crei dal nulla. Anche perchè se non siamo coerenti, rischiamo che alla fine il tappeto abbia troppe gobbe per non dover ammettere che c’è sotto qualcosa.
3 Commenti a “Sulla creazione del valore”
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8 ottobre 2008 alle 09:32
be’, che nulla si crea e nulla si distrugge è una verità che i fisici cercano di far passare da qualche tempo.
io espanderei il tuo discorso all’affermazione, generale, secondo la quale è possibile creare ricchezza. creare ricchezza significa togliere risorse altrove e, di solito, per un solo ricco servono molti poveri e, di solito, come qualsiasi trasformazione, anche la “creazione di ricchezza” implica un certo consumo di energia, sul quale varrebbe la pena di ragionare.
potresti obiettare che gli sviluppi tecnologici hanno portato aumento di ricchezza. forse è vero. ma i boscimani del kalahari lavorano 4-6 ore al giorno per 4 giorni alla settimana (forse cambia solo il tipo di ricchezza di cui si dispone) e se si stanno estinguendo non è a causa del loro sistema economico fallimentare ma del nostro sistema economico anaecologico (accezione in senso lato del termine ecologia).
ecco, è il mio primo commento qui, ma ti seguo da un po’ di tempo. bel blog!
8 ottobre 2008 alle 09:43
@ alladr: grazie per i complimenti, sai che da te mi fanno un piacere immenso.
?)
Sono d’accordo sul fatto che il nostro sistema economico e di presunto progresso sia anaecologico e credo che meriti davvero una riflessione profonda. La crisi finanziaria dal mio punto di vista è solo la punta dell’iceberg e spero che aiuti a stimolare una riflessione seria e un pensiero nuovo. Non so, ma a me sembra di assistere davvero ad un cambiamento d’epoca, forse questa crisi finanziaria la studieremo insieme alla caduta del muro di Berlino tra qualche decennio. Altrimeni, come ben sai, ci resta la terza via e partiamo per andare a vivere coni boscimani del kalhari (o i Banande, che ne dici
8 ottobre 2008 alle 10:06
io sono un pessimista: secondo me le riflessioni serie finiranno per farle quelli che non hanno potere e il cui potere non dipende dall’opinione pubblica, perché affrontare seriamente le cose significa dover dire cose sgradite e dover tornare sui propri passi (entrambe attività condannate in ambito politico).
e, se continuano così le cose, non ci saranno più boscimani né nande dai quali rifugiarsi.