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Gino Strada e il linguaggio guerresco della pubblicità
Girovagando qua e là per la rete, ho ritrovato la puntata di “Che tempo che fa” di Maggio con ospite Gino Strada. Mi ha colpito un aspetto particolare di questa intervista e cioè lo stridore nel sentire parlare di ospedali in Paesi martoriati dalla guerra e di Campagna per Emergency. Anche Gino Strada l’ha sottolineato: “intanto non chiamerei questa campagna che è un termine un po’ militare che non mi piace molto”.
Già perché chi fa marketing ha un linguaggio di guerra:
- abbiamo target, obiettivi, bersagli da colpire attraverso strategie e di tattiche
- facciamo Brand Awareness, ma Brand in inglese è un identifying mark made by a hot iron cioè un ferro rovente con cui si marchiavano le mandrie
- advertising deriva dal latino advèrtére, cioè volgere verso o contro
- i più moderni di noi fanno anche “guerrilla marketing” perché una guerra con grandi forze sul campo può essere poco efficace e troppo dispendiosa…
Già, poi predichiamo ai nostri clienti di non considerare i LORO clienti consumer ma prosumer, di coinvolgerli all’interno dei processi aziendali e tirare giù le mura entro cui i marchi si sono arroccati per sostituirle con vetri trasparenti e gli insegniamo che i mercati non sono mercati ma conversazioni…
E allora forse il buon esempio dobbiamo cominciare a darlo noi, smettendo un linguaggio militaresco e adottandone uno diverso, più partecipativo. Le campagne possono diventare programmi, il guerrilla marketing può diventare non-conventional marketing e i nostri target semplicemente i nostri potenziali prosumer. Utopia? Forse, ma se abbandoniamo anche la speranza che razza di comunicazione vogliamo fare? Non dimentichiamoci che lo scopo della pubblicità è quello di far sognare un mondo migliore; non sarebbe bello riuscire anche a costruirne un piccolo pezzettino?







